A blind bend

Conviene iniziare da lontano. Scrivere è più forte di me, star senza equivale a perdere il senno. Scrivo, semplice. Non sarò mai un giornalista, non padroneggio nessuna lingua e anzi la uso poco. Sto silente, giudico e sentenzio fra me e me, ma solo nella lingua perfetta dei miei pensieri. Lì, dove i cerchi sono cerchi perfetti, dove le immagini nitide, i suoni cristallini e gli odori vivi, lì non sbaglio mai perché lì nessun vocabolo è inutile e nessun filo viene perso. Lì, unico posto dove sei solo per scelta o costrizione sei anche tremendamente libero.
Scrivere equivale a costruire un ponte fra due mondi: quello del pensiero e quello della realtà. Lo faccio, senza troppa ambizione e senza troppa umiltà. Sfrontato e a mio modo artistico. Infischiandomene delle regole, col solo scopo di legare pensieri e realtà secondo forme che in qualche modo so di saper usare. Perché, vedi, è questo che fai…e lo fai perché hai paura, terribilmente paura, di non lasciare traccia. Leghi alla realtà un tuo pensiero e il modo con cui allacci le due cose, quello, è una forma d’arte comunicativa: di te stesso con te stesso. Ma realizzata, quindi imperfetta, perché ormai fuori dal mondo perfetto esistente nella tua mente.
Puoi scegliere se usare la tastiera, i suoni di una canzone o la luce di una fotografia. Queste sono le regole del gioco. Essenzialmente scegli di contaminare con errori una idea. Non saprai mai se la tua idea arriverà incontaminata nella realtà…è un po’ come quando affronti una curva cieca al buio. Ecco, blindbend è questo, raccogliere qualche idea che ha provato ad assumere forma. Con garbo e tanto stile.

About the author

Siamo giovani, belli e forti. Stiamo tutti in fila, non sporchiamo e siamo ambidestri. Ci muoviamo parecchio, ci pieghiamo ma non ci spezziamo.