Il signor Merlo / 1

Non si è mai saputo perché, ma nelle città di mare tutti sapevano tutto di tutti, un po’ come se il vento che viene dal mare diffondesse di proposito tutte le parole che vengono pronunciate e consegnate all’aria lungo vicoli, i carrugi e le calli.

Solo di una persona si sapeva poco o nulla, o meglio: solo di una persona non si sapeva tutto. Nella città affittuaria di Nettuno, ex prima donna del Mediterraneo (che dopo di lei non ne vide altre) c’era un personaggio del tutto estraneo alle altre genealogie. Era un tizio di media altezza, molto magro ma ciononostante molto forte e agile. Agilità…L’agilità è una caratteristica a cui i più non badano, ma nelle città del mare è importante perché ti permette di cavartela sia per mare che per terra. 
Gestiva un bar il signor Merlo. Un ragazzo più che un adulto, ma comunque uno che per un motivo o per l’altro era cresciuto in fretta. Cresciuto, per l’appunto, ma altrove. Veniva dalla terra più pura, dove le vette incontrano il cielo e in qualche modo gli indigeni in affitto da Nettuno sentivano questa stranezza, ma ne percepivano di certo un’altra: cosa faceva il signor Merlo la sera? Dove dormiva? Chi frequentava?

Il signor Merlo in realtà era così dedito al suo lavoro che se lo si voleva incontrare bastava andare lì nel bar che portava avanti: un’attività onesta e limpida, certamente più di molte altre che erano soliti praticare gli abitanti della città. Non è facile passare il giorno in piedi in un bar, ma in qualche modo si riescono a trovare aspetti divertenti, che poi erano ciò che lo faceva andare avanti di giorno in giorno. La mattina si servivano i caffè e le colazioni per svegliare la gente e poi la sera si versava il vino per addormentarla, nel mezzo qualche pranzo per gente di passaggio richiamata da una buona cucina. Il signor Merlo faceva questo quasi tutti i giorni per poi chiudere – quando gli andava – la sua piccola osteria. Anche le osterie sembrano rispettare quell’antico proverbio per cui nelle botti piccole sta il vino buono.
L’osteria spegneva le luci proprio in quell’orario in cui il più nottambulo dei cittadini rientrava a casa e il più mattiniero ancora non era in strada. Da quel momento il signor Merlo sembrava scomparire: si avviava a passi lanciati per le labirintiche strade di quella zattera ancorata a terra e dopo pochi metri nascosto nella sua barba e nel cappuccio della giacca la sua immagine iniziava già a sfumare e a confondersi con la nebbia leggera che gli copriva quella che sembrava una frettolosa ritirata.
Il giorno seguente era inutile provare a vedere da dove arrivasse alla sua osteria: ogni giorno proveniva da una direzione diversa, oppure vi sorprendeva facendosi trovare già dietro al bancone con la traversa già allacciata intento a preparare il menu del giorno con la sua grafia irregolare.

Fu allora che mi presentai. Varcai la soglia in maniera abbastanza maldestra, per compensare e dimostrare che avevo tutto sotto controllo accompagnai la porta anche se non ce n’era il minimo bisogno. Una volta appesi giacca e cappello mi avvicinai e chiesi un caffè: semplice e senza zucchero per vedere se era buono almeno come quello della città di mare da cui provengo io. Me lo preparò e qualche istante dopo me lo porse…

(fine puntata)

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