Delle Crudeltà e degli Orrori

Il manifesto del Teatro delle Crudeltà. Un manifesto che porta la firma di Artaud e risale alla prima metà del secolo scorso. Ma cos’è il teatro delle crudeltà? È per prima cosa – e scusate il termine inflazionato – discontinuità. È meglio ancora: è spaccatura col precedente, con l’epica, con l’invasione delle analisi psichiche e le caratterizzazioni pesanti dei personaggi in scena: è la scelta di un’altra via per spiegare qualcosa allo spettatore. Anzi è la scelta di non dover spiegare ma di dover far vivere ciò che si vuole dire, e il mezzo è uno: la crudeltà.
A riguardo Artaud fa due considerazioni importanti:

“è un errore attribuirle il senso di spietata carneficina, di ricerca gratuita e disinteressato del male fisico. […] è il rigore, è la vita che supera ogni limite e si mette alla prova nella tortura e nel calpestamento di tutte le cose

L’attore usa la crudeltà – anche su sé stesso – per scardinare dall’interno (dall’inconscio) le convinzioni dello spettatore che arriva alla catarsi tramite la crudeltà vista, percepita e compatita.

Da tutta questa piccola, sintetica e approssimativa premessa si sviluppa la poetica dei brani scritti, suonati e cantati da quell’ormai affermato gruppo che – coerentemente – risponde al nome di Teatro degli Orrori.

Il senso di coinvolgimento che ti prende ascoltando le parole di Pierpaolo Capovilla, con la sua voce cupa, rauca e anche un po’ sovversiva rispetto all’abitudinario panorama musicale italiano, non lo provi spesso, specie in un’epoca di buoni sentimenti, compassione e tastierine pop di cui non senti alcuna necessità.
Necessità di purificarti invece ne hai parecchia e questo succede solo con il Teatro degli Orrori. Ogni verso è una realtà dipinta in tratti grigio scuro e con colori poco luminosi; ci sono poche luci sulla scena, e lo spazio è tutto per le molte ombre. Finchè non noti la voce che in questo gruppo è protagonista indiscussa e indiscutibile assieme ai versi che portano dentro le inclinazioni, la poesia e i gusti letterari dell’autore. La musica e le parole diventano i movimenti e il loro significato è il veicolo di quel teatro delle crudeltà teorizzato e manifestato da Artaud, che di fatto ha dato una sorta di imprinting alla poetica che sta dietro i testi, oltre che la genesi al nome.
E poi, quando quel disco finisce con il suo encefalogramma piatto (così come è iniziato – e sai per certo che non è un caso in questi tempi di tv-a-tutti-i-costi) torni a quella vita-non-vita in cui ti senti una specie di marionetta inanimata, appesa e dipendente da scelte di altri, figlia di un nichilismo che dovrà pur finire e vittima di un tempo che non ha nella valorizzazione umana la sua stella polare. Ma quando lo rimetti nella custodia hai una  consapevolezza in più. È un po’ questa l’evoluzione personale che ti dà un disco del Teatro degli Orrori: ti anima, poi con la crudeltà e l’orrore della sua narrazione ti risveglia un certo sentimento di giustizia nascosto per bene e una gran forza di volontà. Poi si sfila e lascia a te il compito di svegliarti e darti da fare, perché resti tu, che hai appena ascoltato, il soggetto, il re. Sei in scena, più o meno purificato, e non ti sei accorto di esserci salito.
È il potere di certa musica ben fatta.

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