I grandi sogni Pixar al Pac

Molta fortuna: è quella che ha fatto la Pixar con le sue idee fantastiche, ma anche la nostra che siamo riusciti a vedere la mostra al PAC in versione serale grazie all’invito ricevuto da Gianluca Nicoletti, conduttore insindacabile di Melog.

La mostra è fantastica, ma, al netto della bellezza degli storyboard, modelli e – va sottolineato perché non è facile farli – dei filmati didattici sulla creazione delle scene e dei personaggi, Radio24 e Gianluca Nicoletti hanno colto l’occasione per fare un esperimento di social networking, cioè vedere come le persone che si conoscevano (se si conoscevano) solo tramite messaggi via facebook riuscivano ad interagire e integrarsi fra loro. In più – cosa che tutti pensiamo quando ascoltiamo uno speaker radiofonico – l’Insindacabile voleva dare un volto non alle voci ma alle orecchie invisibili di chi lo segue.

La mostra era lasciata alla curiosità specifica del singolo e ognuno era lasciato alle proprie riflessioni in qualche modo. A fine percorso chi interessato poteva anche esporle ai presenti. Ecco questo è molto interessante: non appena avevo riordinato le idee su un capolavoro Pixar e squarciato con immenso coraggio la velina – la minima resistenza – che mi separava dall’intervenire dopo l’unica persona fin lì intervenuta…il tempo a disposizione finì. Allora mi prendo questo spazio per fare le mie riflessioni. Poi magari l’Insindacabile leggerà oppure ignorerà, ma in ogni caso voglio ricordarmelo e quindi devo scriverlo.

Faccio parte di una sola categoria di persone: quelle nate nel 1986. L’86 è un anno fondamentale per la Pixar. Nell’86 entra (dal portone) nella società Steve Jobs, ma è anche e soprattutto l’anno della prima assoluta distribuzione di un corto a firma Pixar. Per quel che può riguardarmi la Pixar è diventata patrimonio collettivo in quell’anno.
Si può dire che la Pixar e i nati nell’86 (e lì attorno) sono andati avanti insieme: loro fabbricando sogni, noi vivendoli. Voglio essere chiaro comunque: io non ho visto tutti i film Pixar, ma quelli che ho visto mi hanno segnato e – ciò che più conta – insegnato a leggere e scrivere qualche dettaglio fondamentale della mia vita.
Il film che più mi ha influenzato è Finding Nemo (in Italia “Alla ricerca di Nemo”). Il titolo ti fa credere che il protagonista sia Nemo, ma la realtà è che sono almeno due i protagonisti: Nemo che si perde e Marlin che lo cerca. Mi ha colpito moltissimo questo film d’animazione. Il motivo è articolato ma alla fine semplice: a 17 anni ti senti – giustamente – in grado di fronteggiare tutte le persone che abitano questa terra…possiedi un senso di invincibilità senza eguali nel corso della vita. Non è banale sprezzo del pericolo, è proprio invincibilità data da un potente senso di ribellione. Nemo è fantastico: è la storia di un bambino (preferisco dire bambino che pesce proprio perché la Pixar ti fa vivere la storia guardandola, ndr), l’unico bambino, e di un padre che si separano. La genialità è questa: separati diventano singoli in mezzo al mare. In quel preciso istante, quando realizzi la vastità, i pericoli e le possibilità (positive e negative) del mare – che del film è un po’ il personaggio invisibile – capisci che là fuori della tua invincibilità da diciassettenne con zero barba non frega niente a nessuno. In mezz’ora di film ero già cambiato. Non lo sapevo, ma ero già cambiato. Poi ci sono tutte le caratteristiche e caratterizzazioni: la pinna atrofica, gli incontri del padre e la sua evoluzione in supereroe da genitore unico e (quindi) iperprotettivo. La pinna atrofica di Nemo è una delle migliori caratteristiche che potevano dare al piccolo…senza quella il film sarebbe un’altra storia. È un difetto ad inizio film, ma cesserà di esserlo alla fine perché subisce l’evoluzione di Nemo stesso dato che gli permetterà di salvare l’acquario (saranno la pinna e le sue ridotte dimensioni a salvarli). È il tema dell’accettazione e della consapevolezza che è possibile usare in positivo i propri difetti, questo sì tema fondamentale nell’adolescenza.
Ma la scena principe per un adolescente credo sia quella della cattura di Nemo che non è altro che la rappresentazione di come la vita ripaga la stupidità di certe sfide e l’eccessivo senso di ribellione che ti anima a quell’età. È esattamente come quando un adolescente cerca di dimostrare le proprie capacità che però non sono ancora complete…ti dimostra che, per quanto tu ti possa ritenere invincibile, non sei nessuno senza gli altri, famigliari in primis.

Ecco credo che Nemo abbia questo di magico: esplicitamente è la storia di un viaggio, di un periplo, che passa dalla separazione di un bambino da un adulto, descrivendo anche le preoccupazioni che suscita in questi un evento del genere e come questa poi possa dare forze inimmaginabili ad un pesce pagliaccio fino a farlo diventare leggenda nel mondo marino. Per i bambini rappresenta anche l’incubo del distacco e trovano conforto in quello che diceva ieri Gianluca Nicoletti riguardo The Incredibles: i padri diventano supereroi per i figli.
Ma la magia – sarò noioso a ripeterlo – è che colpisce anche chi sta nel mezzo. Io all’epoca (Finding Nemo è uscito nel 2003) ero lì, nel mezzo, e in qualche modo Nemo mi ha fatto cambiare marcia dandomi qualche consapevolezza in più che non vedi mai mentre vivi, ma le capisci dopo guardando all’indietro.
Questo è quello che nessuno si ricorda mai del discorso a Stanford di Steve Jobs…stay hungry stay foolish è uno slogan terribilmente facile da ricordare, ma la parte per me più importante e significativa è la prima che sintetizza nella frase: “you can not connect the dots looking forward, you can only connect them looking backwards”.

About the author

Siamo giovani, belli e forti. Stiamo tutti in fila, non sporchiamo e siamo ambidestri. Ci muoviamo parecchio, ci pieghiamo ma non ci spezziamo.