Noel “the chief” Gallagher

Il peso del proprio soprannome a volte è insostenibile. A volte anche quello del proprio cognome specie se devi spartirlo con qualcuno. In ogni caso la storia – riassunta – è questa: un giorno un tizio va alle prove della band del fratello e gli dice che dovrebbero fare così e cosà e che sarebbe meglio se fosse proprio lui a scrivere i brani. Gli altri più o meno seguono le dritte e in pochi anni diventano famosi in tutto il mondo. I due fratelli ogni tanto litigano ogni tanto si riuniscono…un po’ come quelle coppie sposate che lavorano nello stesso posto. Ad un tratto lo strappo totale e definitivo.

Il fratello maggiore, quello che aveva segnato la via, se ne va, scioglie la baracca e porta con sè tutte le idee che metteva nei pezzi. Gli altri fanno un disco banalotto e con poco senso, lui invece fa un disco (in realtà le idee sono così tante che pare ne abbia fatti due)  ben recepito dalla critica e inizia a fare un tour.

Ieri quel tour ha fatto tappa a Milano (e noi potevamo non esserci? ndr).
Fai il moncherino di coda degli accrediti tipico dell’Alcatraz entri col tuo editor preferito e poi, precisamente alle 21.00, hai ritrovato la solita splendida voce di Noel Gallagher ormai divenuta quella del padre del britpop e forse anche parte del gotha della musica made in uk (della sua generazione di certo, sir Paul però è ancora lì, qualche gradino più in là). È una voce strana, quella di Noel, è per la maggior parte del tempo unica, mentre qualche volta ti sembra possa essere arrivabile. Ma ti sbagli, non c’arriverai mai, è davvero unica.
Canta come un ragazzino quel quarantenne, e mette anche in riga il calderrimo e un po’ immaturo pubblico dell’Alcatraz, capace di cantare interi brani da solo senza musica, ma convinto di poter ottenere brani della vecchia band scandendo il coro più tradizionale e meno azzeccato per un signore che dopo aver venduto decine di milioni di dischi ha avuto il coraggio, la fantasia e lo spirito d’iniziativa di ricominciare da capo. E non è un caso se la prima canzone dei live è la vecchia, sottovalutata (dal fan medio) e per alcuni sconosciuta (dal non fan), it’s good to be free. È questo il senso…the chief non sceglie a caso, ogni canzone è al suo posto e aprire con questa vuol dire proprio che d’ora in poi farà tutto come vuole lui. Quindi spazio alle canzoni in set acustico in emotional version (sempre notevole Wonderwall eseguita così) e al nuovo disco con una band di gente estremamente stilosa, dal sound parecchio amereegano e che pareva divertirsi a suonare davanti ad un pubblico mediterraneo.
Noel non ha perso personalità, anzi, come prevedibile, ora che fa tutto da sè ne ha guadagnata e interagisce col pubblico che ribatte cantando tutto (vecchi brani e nuovo disco) e ascoltandolo in religioso silenzio mentre eseguo un inedito…è questo stesso pubblico però che verso tre quarti del concerto si macchia di lesa maestà iniziando a urlare il vecchio coro della vecchia band…come a dire “dai Noel, facci un altro po’ di repertorio”. E lui, la maestà lesa, risponde in puro stile british: “conoscete itunes? 1€ per canzone” e poi prosegue “avete i dischi no? ascoltateli”. Fucking genius, as usual. Servono sempre emozioni del genere.

#noelgallagher

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