Orme d’inchiostro

Amare ciò che si studia, spesso, è deleterio.

Nel momento stesso in cui si perde di vista lo scopo ultimo, pratico, di ciò che si fa, ecco che il proprio lavoro diviene anche divertente passatempo, e inizia ad espandersi rischiando, se non si sta attenti, di occupare ogni spazio libero della propria vita, dei propri pensieri. Così un architetto potrà trascorrere ore ad escogitare progetti immaginifici, un matematico cimentarsi con formule sempre più complesse, un avvocato sfidarsi a trovare la via d’uscita da casi apparentemente inestricabili; finché tutto ciò rimane nei limiti dello svago intellettuale, senza raggiungere il parossismo, coltivarlo può essere divertente.
Anche gli umanisti, forse addirittura in maniera maggiore a causa della fama – non del tutto immeritata – di gente poco concreta, amano arrovellarsi sulle proprie elucubrazioni, spesso scaturite dagli eventi più banali.

In questi giorni di sommovimenti politici, mi sono ritrovato ad incarnare il cliché dell’italiano all’estero che si interroga sugli eventi del proprio paese e ne discute con gli amici rimasti in patria. Discussione che, trovandoci nel 2011, si è svolta interamente attraverso i messaggi di Facebook: niente di più normale. Se non fosse che, a forza di botta e risposta, la conversazione ha iniziato ad assumere una sua consistenza e pure, non esisto a dirlo, una sua qualità letteraria; ed è qui che, nella mia testa, si scatena il putiferio.

Chi aspira a intraprendere il mestiere dello storico sa bene che, fra le tante fonti disponibili negli archivi, spesso le lettere, private o ufficiali che siano, rappresentano i reperti più significativi da esaminare, perché capaci di restituire tutto il mondo ideale di chi le ha scritte. È tuttavia sufficiente aver ritrovato in un cassetto una vecchia cartolina di qualche parente per aver sperimentato tutta l’attrazione che la lettura di qualcosa di “vecchio” esercita su di noi perlomeno sotto due punti di vista.
C’è quello meramente estetico, dato dal tratto della grafia, dalla carta di una volta, dal lessico desueto che riemerge fra le righe. E c’è quello, più complesso e intrigante, fornito dal contenuto, che permette di scoprire un lato imprevisto di una persona che pensiamo di conoscere bene, una caratteristica perduta negli anni, un’immagine distante da quella cui siamo abituati: ci si trova a sorridere di una vecchia zia pignola fino allo sfinimento nel descrivere un pranzo di nozze, a commuoversi per le durezze narrate in una lettera di guerra, a stupirsi della giovialità di un nonno ventenne che siamo abituati a conoscere come rigido e inflessibile. Il valore “storico” della corrispondenza risiede da sempre nella sua duplicità, nel fatto di rappresentare una comunicazione rivolta allo stesso tempo ad un destinatario definito e ad uno, vago e incerto, composto da tutti coloro che potrebbero, prima o poi, leggere ciò che è stato scritto. Ma mentre al primo solitamente si ha ben chiaro ciò che si vuole dire, il secondo è spesso poco considerato, e – salvo i rari casi di chi seleziona attentamente in vita la traccia da lasciare dopo di sé – ha per questo la fortuna di poter entrare un po’ più a fondo nella testa di chi l’ha preceduto, ricoprendo il ruolo di lettore imprevisto.
Considerazioni abbastanza banali, ne convengo, ma dietro le quali si nasconde tutta l’angoscia di chi prova ad immaginare il nostro tempo con gli occhi di chi verrà dopo di noi. Uno studioso degli anni 2000 sarà subissato da una mole inaudita di quotidiani, giornali online, blog e siti da spulciare nel tentativo di ricostruire la storia, ma cosa gli resterà delle persone che in quella storia si sono mosse? O, se vogliamo spostarci ad un livello ancora più semplice, quale sarà il corrispettivo delle cartoline ritrovate nei cassetti per i figli di chi, oggi, a vent’anni? Il fascino di simili frammenti di memoria risiede anche nel fatto di essere incompleti, poiché salvo il caso di personaggi pubblici – o privati particolarmente ossessivi  – è improbabile che tutta la corrispondenza di una vita pervenga agli eredi di chi l’ha prodotta.

Ecco, a fronte delle indubbie fortune che quest’era digitale ci ha fornito, il limite maggiore risiede in quest’assenza di memoria che, in uno dei tanti ossimori che punteggiano la contemporaneità, va a braccetto proprio con un eccesso di capacità di ricordare. Lasciamo un’impronta pressocché indelebile di noi da quando, per la prima volta, accediamo ad Internet, eppure tutto ciò che accumuliamo è destinato a morire con noi, per due ragioni contrapposte.
Nei casi più probabili, i nostri computer vecchi andranno buttati con tutto ciò che contengono, gli account dimenticati, gli hard disk cancellati. Ma se, al contrario, decideremo coscientemente di lasciare un segno del nostro passaggio, l’effetto sarà probabilmente ancora peggiore, perché saremo costretti fra l’imbroglio imposto dalla selezione di ciò che vogliamo tramandare e l’ingestibilità della mole di informazioni qualora decidessimo di non cancellare nulla. Senza contare, ed è forse uno degli elementi chiave per spiegare l’attrazione per il passato, la perdita del fascino del ritrovamento fortunoso, della memoria riaffiorata dalla polvere; nulla a che vedere con la linda casella gmail della quale lasciare la password ai propri figli affinché si facciano un’idea su chi siamo stati.
Siamo sinceri: chi di noi – potendolo fare – penserebbe mai di aprire la pagina Facebook di sua nonna?

About the author

Un ottantenne passatista e polemico rinchiuso suo malgrado nelle fattezze, seppure un po' malconce, di un venticinquenne. Ovvero, la ricetta perfetta per una sequela di geremiadi in formato 2.0