Il signor Merlo / 4

N.B. in sottofondo sentirete una canzone solo strumentale che ho ascoltato lungo tutta la scrittura di questo post. Si chiama Carved in the Bark ed è dei Soundtrack for your acoustic summer. Se preferite leggere senza musica in sottofondo potete fermarla premendo pausa a fondo pagina.

Frugai ripetutamente nelle tasche, ma le chiavi non c’erano. Ripercorrendo a mente i luoghi che avevo visitato non mi sembrava di averle mai tolte dalla giacca, così, dal momento che non avevo ancora coinquilini il campo delle possibilità si divideva in forzare la porta o cercarle sui miei passi.
Era ancora viva la notte mentre mi incamminai lungo i miei passi e dalla testa non usciva lo stupore infantile per la disapparizione quasi istantanea del signor Merlo. Dopo un po’ di riflessioni, quasi per rassicurarmi da solo, mi ero convinto che non mi avesse visto: «C’era un ponte di mezzo!» mi dissi. «E poi, ammesso che si ricordi la mia faccia, come avrebbe potuto riconoscermi da così lontano?» aggiunsi.
Ripercorrendo all’indietro la strada mi prese una sensazione, frequente e fisicamente fasulla, di incredibile velocità, quasi avessi impiegato la metà del tempo a rifare la strada. Le calli erano deserte, la notte era viva, sì, ma gli abitanti della città del mare sembravano tutti impegnati nell’antica arte del sognare. Quando svoltai l’angolo, buio, del sottoportego che conduceva alla calle dove il signor Merlo sparì nella nuvola di vapore accadde qualcosa di inatteso. Di pericoloso e di inatteso.
Percorsi non più di tre passi lungo la calle, quando senti un sibilo leggerissimo seguito da uno schianto al suolo. Non pensai, mi affrettai a rintanarmi nel sottoportego. Da lì, con più calma mi accorsi che a schiantarsi al suolo era stata una tegola: fenomeno non infrequente in una città dove sulle tegole maltenute spesso dormono i gabbiani. Quel che suonava strano è che in quella calle in meno di mezz’ora si erano verificati due eventi che mi avevano colto assolutamente impreparato. Dopo pochi secondi, quando mi abbandonò il dubbio di ulteriori cadute, uscii di nuovo allo scoperto, guardando verso l’alto.
Vidi una sagoma, un braccio, la cui mano stringeva tremando una tegola che piovve giù. Non venne scagliata, venne lasciata cadere.
«Chi si può divertire a lanciare tegole da un tetto senza guardare chi passa?» pensai. Quando vidi altre tegole cadere e frantumarsi nel giro di pochi istanti intesi, in maniera assai spregiudicata, che dovevo guadagnare quel tetto e scoprire chi mi stava chiamando. Accedere ai tetti della città del mare può essere un’attività molto facile o assai complessa, dipende sempre dal punto di partenza. Il mio ovviamente era il peggior punto di partenza possibile: non solo ero al livello della strada, ma ero addirittura riparato da un sottoportego per evitare di essere colpito. Ragionai in brevemente sulle costruzioni limitrofe a quella che mi interessava, mi sporsi e osservai che l’edificio sopra il mio capo era di poco più alto di quello del lanciatore di tegole. Presi l’uscita dal lato sicuro del sottoportego e scelsi la grondaia più solida e con più appigli lungo il suo percorso. Era senza dubbio quella che affiancava proprio l’ingresso del sottoportego: si notava che era stata cambiata di recente e non mi restava che sperare che avessero ancorato bene anche la struttura superiore. Iniziai, dimenticando il senso del pericolo, l’ascesa per i tre piani che mi dividevano dal tetto. I primi metri li percorsi usando per lo più la forza delle braccia, tecnica faticosa e deleteria, ma la sola percorribile vista la friabilità della parte bassa del muro. All’altezza del secondo piano mi avvantaggiai di una comoda grata messa lì da proprietari troppo timorosi dei ladri. Lungo il terzo invece, senza mai guardare giù, utilizzai come appoggio alcuni chiodi e passanti di cavi. Mi sollevai caricando il peso sulla grondaia che si piegava sempre più man mano che spostavo il peso. D’improvviso si inarcò. Velocemente mi sollevai e appoggiando il ginocchio sulla parte incurvata e mi ritrovai sdraiato su un versante del tetto. Dietro di me sentii poco dopo il rumore di quella che doveva essere una vite che rimbalzava a terra. «Meglio lei che me» pensai.
In meno di due minuti avevo guadagnato il tetto di fronte al palazzo da dove provenivano le tegole. Con un po’ più di attenzione iniziai a camminare sul tetto e a destreggiarmi fra i comignoli. Dall’altro lato continuavo a vedere la sagoma, ma nel buio distinguevo solo il bagliore dei suoi occhi che mi seguivano lungo i miei movimenti.
«Coraggio» mi disse, «salta!».
La distanza era ridotta, e il mio programma iniziale, pensato quando mi trovavo a terra, prevedeva di saltare, ma il tetto dove si trovava era molto più ripido del mio e l’idea di cadere per tre piani non mi rendeva più tranquillo. Al contrario, mi innervosiva. Ciononostante vedendolo immobile, con solo il bagliore degli occhi che mi seguiva decisi di saltare. Impattai, non di proposito, proprio sulla parte senza tegole. Atterrai senza rompere il solaio di sotto e senza cadere all’indietro. Guardai di sotto, per misurare la mia pazzia e poi incrociai nuovamente lo sguardo con quella figura. Stava a meno di due metri da me ed ero pressoché sicuro che fosse il signor Merlo. Non sapevo come esordire, ma non ce ne fu bisogno: iniziò lui.

(fine puntata)

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