Mostra che senso ha

«A quoi diable cela nous servirait-il à nous autres hommes, de nous parer de pureté et d’innocenc? Une fleur à la boutonnière, choisie avec discernement, fait beaucoup plus d’effet»

Per la gioia di quanti, nelle generazioni precedenti alla nostra, si sono battuti a favore di una maggiore uguaglianza fra gli uomini, possiamo ben dire che nel nostro tempo l’accesso alla cultura e agli strumenti per trasferirla è ormai generalizzato. Libri e giornali hanno prezzi accessibili, la scolarizzazione è divenuta un passaggio obbligato per tutti e il turismo culturale di massa fa ormai parte in maniera assodata dello stile di vita occidentale. Viaggiare è più facile, costa meno e i grandi musei del mondo, divenuti veri e propri laboratori di cultura in formato XL, sono attrezzatissimi per accogliere e gestire masse ingenti di visitatori, impensabili fino a poche decine di anni fa. Siamo l’era dei musei perennemente affollati: esiste forse segnale più indicativo della salute della nostra società?

In effetti, che i figli e i nipoti di una generazione, quella del primo Novecento, per larga parte illetterata frequentino i monumenti del sapere umano tende a rassicurarci sulla nostra condizione, ma basta mettere il naso in uno di questi popolatissimi luoghi per mettere in seria discussione una simile certezza. Se le collezioni permanenti delle maggiori pinacoteche sono già da tempo oggetto di gite miratissime, fatte a tempo di record per passare davanti solo ai pezzi da cartolina e restare ad ammirarli giusto il tempo necessario per scattare la foto, un fenomeno più recente ma altrettanto indicativo è quello delle esposizioni temporanee. A lungo questo genere di evento non ha rappresentato una reale attrattiva per il turista massificato: nate perlopiù per ragioni di ricerca, spesso specialistiche e molto di nicchia, le mostre inizialmente non offrivano la certezza di imbattersi nelle opere “must” che invece garantivano i musei. Ma da quando i prestiti e gli scambi internazionali sono diventati più facili, sono in molti ad aver fiutato l’alone dorato che poteva circondare l’organizzazione di esposizioni, che pongono però qualche problema nuovo. I grandi musei, infatti, si reclamizzano da sé, ed è sufficiente farne il nome per venderli ai gruppi organizzati; alla signora che ama esporre ponderosi cataloghi museali in salotto, uscirsene a cena con un “la settimana prossima sarò al Louvre” è l’ideale: rapido e immediato da comprendere anche per gli amici più incolti, è una dichiarazione di status eccellente. Le mostre, invece, rendono tutto dannatamente più complicato, e in una società dove il marketing condiziona anche il modo in cui ci si allaccia le scarpe (o meglio, in cui si dichiara di farlo), il nome dell’esposizione ha rapidamente scavalcato in importanza la qualità stessa dell’oggetto esposto. Dire “ho visto una mostra su Van Gogh”, anche se del grande olandese era esposto solo uno schizzo al carboncino, funziona molto di più di molte formule più veritiere ma altrettanto intricate. Di contro, a visita effettuata non mancano mai quanti si lagnano della scarsità di opere dei grandi maestri esposte in mostra, sentendosi delusi quando non addirittura presi in giro perché del tale artista non era presente che una ridotta selezione di quadri. Sembra dunque che al turista di massa, colui che alla fine dev’essere accontentato prima di appassionati o cultori dell’arte perché porta con sé una mole considerevole di entrate collaterali per la città che visita, siano necessari essenzialmente due elementi per giudicare una mostra: il nome di chi viene esposto, e la quantità di opere messe in piazza, così da poter aggiungere, con un solo viaggio, tanti più quadri possibile alla propria personale collezione dei “l’ho visto”. Un approccio discutibile, e sul quale fa riflettere la splendida quanto misconosciuta mostra allestita al Musée d’Orsay di Parigi, da poco riaperto con molte sale riallestite. L’esposizione propone un viaggio affascinante nell’Inghilterra vittoriana di fine Ottocento, divisa fra moralisti bacchettoni e le spinte rivoluzionarie, a modo loro, del dandismo. È una mostra che mi è capitato di vedere già tre volte (e non ne escludo una quarta, prima di Natale), non solo per fortuna o per una mia tendenza alla reiterazione compulsiva, ma per una ragione che è stata all’origine della riflessione che mi appresto a concludere. La mostra è, rarità assoluta a Parigi per una temporanea, gratuita, o per meglio dire inclusa nel prezzo del biglietto. Un’esposizione che sicuramente avrà avuto dei costi non indifferenti, non foss’altro perché il grosso dei pezzi esposti proviene – giocoforza visto il tema – da Londra, è offerta indistintamente allo stesso pubblico che, altrove, paga in media dieci euro in più per vedere i reperti della Città Proibita (al Louvre) o le opere del Cezanne parigino (al Luxembourg): dobbiamo pensare che al d’Orsay siano molto generosi, o dietro alla scelta c’è dell’altro? Amaramente, la risposta corretta pare essere la seconda. Una mostra intrigante, colta e coinvolgente ma priva di grandi pezzi e di grandi nomi, purtroppo, non attira pubblico. E per quanto ci si possa sforzare di reclamizzarla e a parlarne bene, sarebbero ben pochi i tour operator disposti ad offrirla ai propri gruppi a caccia di ricordi a buon mercato. Alla luce di una simile constatazione, i dubbi sul fatto che il nostro tempo sia più colto di quelli l’hanno preceduto aumentano di molto. Ma se una risposta a questo interrogativo non posso fornirvela, mi permetto di darvi un consiglio. Qualora passaste da Parigi entro la metà di gennaio, fate un salto a «Beauté, morale et volupté dans l’Angleterre d’Oscar Wilde» e, se dovesse piacervi, fermatevi al bookshop: una cartolina costa decisamente meno del biglietto di una mostra, ma il suo acquisto può ugualmente dimostrare che l’avete apprezzata malgrado l’assenza di Van Gogh!

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Un ottantenne passatista e polemico rinchiuso suo malgrado nelle fattezze, seppure un po' malconce, di un venticinquenne. Ovvero, la ricetta perfetta per una sequela di geremiadi in formato 2.0