Aller-retour

Trovo che partire infonda un immenso desiderio di scrivere. Tuttavia scrivere di qualcosa che non conosci è assai difficile, e rischioso, perché ti obbliga volente o nolente a mettere nero su bianco le tue aspettative prima, e quindi ti condanna dopo ad avere una prova delle eventuali delusioni. Al contrario quando torni, a meno di non essere un bugiardo senza vergogna di se stesso, le considerazioni sono solo da elaborare, ma è inesistente lo spazio lasciato alle modifiche, visto che pensi al passato. Come in un poliziesco, hai davanti una serie di prove, circostanze ed eventi o assenza di essi, che si sono verificate, e devi combinarle nel modo più logico e razionale possibile per dar loro un senso. Non troppo difficile, dunque, ma il quadro che ne esce può essere spietato.

Questa premessa per aiutarmi a rispondere a una domanda che ormai da un mese mi tormenta: è più difficile partire o tornare?

Si pensa che sia partire, perché non sai cosa ti attende, ma se la mettiamo sul piano dello scrivere, del pensare inteso come farsi attrarre da una spirale di macchinazioni mentali senza fine, è notevolmente più semplice tornare. Dai un’interpretazione a cose fatte viste ascoltate origliate imposte ascoltate cantate sfiorate o colpite… ma reali. Certo che le interpretazioni possono barare un pochino! Si può infiocchettare quello che è andato diversamente da come ci si augurava, ma i fatti, almeno nella nostra coscienza, parlano chiaro, e anche forte di solito.

Eppure tornare è stato, per me, è ovvio, incredibilmente più impegnativo, dal punto di vista psicologico e delle emozioni, rispetto alla partenza. Perché fai i conti con quello che pensavi di conoscere e che durante quei mesi è cambiato, o è rimasto uguale. Meraviglioso per alcuni aspetti: scoprire che i lavori in corso che duravano da mesi (se non da anni) sono finiti e il risultato è soddisfacente, tornare e ridere come sempre e anche di più con gli amici soliti, ritrovare la tua città ancora stupenda anzi un po’ di più di prima perché non la dai per scontata. Per altri aspetti, tutto quello che hai lasciato in sospeso, irrisolto, o che si è confuso e distorto durante la tua assenza, è lì che ti aspetta, ti sogghigna davanti e ti fa notare che da qualcuno o qualcosa non avrai quello che confidavi di meritare, che la tua presenza è ininfluente o viceversa basilare perché le cose rimangano com’erano. O magari scopri che quello che ritrovi, pur essendo rimasto invariato, non ti piace più, non basta.

È al ritorno che apri la valigia, riordini e rimetti a posto. Certe cose le hai lasciate là, le hai rotte e buttate per sempre, altre sono sempre lì, solo da stirare, e poi un mucchietto è di cose nuove, e gli devi trovare un posto tra le vecchie. E per indulgere ancora un attimo nella métaphore filée, con tutte queste cose vorresti tanto una cameriera che ti suggerisca se mensola o cassetto, oppure, per essere più frivoli, un personal shopper.

About the author

Complessata in via di guarigione, caratterizzata da autoironia e affetto mascherato da crudeltà verbale, scrivo perché il disordine nella mia testa diventi ordine sparso.