Il mare dell’Italia

Ho sempre pensato che il mare fosse quel posto in cui le regole fra uomo e natura riescono ancora a convivere senza svantaggiare nessuno, dove il cardine non è l’uguaglianza o la libertà, ma il rispetto. Fra uomini invece accade il contrario: pretendiamo prima di essere uguali e ugualmente liberi e poi, se capita, di rispettarci a vicenda.

Il naufragio di una barca è in genere sempre un buon esempio di qualcosa che è andato storto nella convivenza fra mare e uomo, quasi sempre – per la natura umana di chi racconta – la storia di un capitano che ha osato troppo. L’ultima non fa eccezione.
Tutti condanniamo il comandante Schettino: condannato dall’equipaggio, condannato dai passeggeri, condannato dal mare, condannato – lo sarà probabilmente – dalla magistratura. Condannato anche da noi spettatori, nuovo hobby involontario che la televisione ci concede. Involontario perché diventa difficile non sapere nulla di questa vicenda dopo il numero spropositato – secondo chi vi scrive – di servizi e addirittura programmi dedicati (va detto che anche l’uso all’italiana dell’internet non è stato molto diverso).

Condanniamo Schettino e portiamo in gloria De Falco. E dopo che l’abbiamo fatto diciamo che è meglio di no, perchè come dicono tutti pensando di citare loro nonno «Beato il Paese che non ha bisogno di eroi». In realtà citano Brecht, ma questo non cambia il fatto che si prova a non eroizzare De Falco per non sembrare un paese che abbisogni di eroi. Purtroppo ne abbiamo bisogno, fossero anche persone che si limitano a fare l’ordinario mestiere loro. È vero – è assolutamente vero – che il titolo di eroe, in tempi moderni, viene regalato più del titolo di dottore quando vai a parcheggiare fuori da una pizzeria a Catanzaro, ma questo dovrebbe solo far riflettere sul pessimo stato di salute del Paese e della società, una cosa del tipo: «se uno che fa il suo mestiere è eroe, vuol dire che tutti gli altri non fanno a fondo il proprio mestiere». E l’immagine – televisiva e mediatica – dell’Italia è esattamente questa. Non siamo così, siamo meglio di così, è chiaro: siamo italiani e ci conosciamo, siamo da sempre il popolo in potenza mai compiuto e completato, sempre in divenire e sempre pieno di energia e risorse.
Ma questo non toglie che De Falco è un eroe. Personalmente ringrazio qualunque divinità in cui crediate per aver messo in quel posto in quel momento un italiano che venisse dallo stesso posto – grosso modo – di Schettino: la Campania. Una delle regioni più invidiate del paese stando al vecchio adagio – stavolta sì di mio nonno – «chi disprezza vuol comprare». Ci fosse stato un veneziano al posto di De Falco avremmo già il nome di un candidato alle prossime elezioni nelle fila del carroccio. Ma il destino – come il mare – è superiore al carroccio (e molte altre cose) e voleva dimostrarci che lì, nella regione più problematica dell’Italia possono nascere malattie e cure, camorristi e magistrati col pugno di ferro, problemi e soluzioni, anti-eroi ed eroi.

Ed è così che De Falco, che in quella vicenda ha fatto esattamente ciò che la legge e le regole di buona marineria impongono, è diventato – giustamente – un eroe nazionale. Lo è diventato tanto quanto il capitano Chesley Sullenberger, anche lui non ha fatto nulla di più di ciò che il suo lavoro, le regole, il suo addestramento gli permetteva ed imponeva di fare. Negli Stati Uniti nessuno ha esitato a definirlo eroe. Noi siamo sessanta milioni di commissari tecnici quando ci sono europei e mondiali e opinionisti in tutti gli altri periodi.
De Falco – parere personale – in quanto comandante delle operazioni di salvataggio è assolutamente un eroe. Lo è anche per le telefonate che ha avuto con Schettino, che nel frattempo fuggiva, per il modo con cui l’ha esortato, costretto all’angolo e richiamato all’ordine. Contrariamente all’intero Paese io non ritengo che la frase topica o più incisiva sia il famoso «vada a bordo, cazzo!». Quella lo è diventata probabilmente perché siamo un paese di cinepanettonari ed era presente il termine cazzo, usato più o meno come nel film – altra perla – i soliti idioti. Credo sia un’altra ad essere davvero importante, ed è quella immediatamente precedente che trascende dal significato dei singoli termini, perché anche se pronunciata in italiano proviene da un modo tipicamente campano di rafforzare un concetto: «Schettino […] le faccio passare l’anima dei guai […]». Non credo esista, in qualunque dialetto campano, un modo superiore per rafforzare al contempo la gravità e la quantità di una cosa: dire l’anima dei/di guai una delle esortazioni/minacce più grandi che si possano fare, significa proprio il non plus ultra o una quantità infinita (l’anima è infinita, evidentemente) di grossi guai e – implicitamente – significa che ti sei già fatto un nemico.

Non mi piace la metafora dell’Italia come la Concordia, anzi la trovo errata oltre che frutto di facili e soprattutto casuali paragoni, cosa tipica degli osservatori esteri che non hanno spesso cognizione di causa e di ciò che dicono, ma di fatto quello che l’intero Paese dovrebbe capire sta tutto nella frase di De Falco: o si rispettano le regole o passeremo un’anima di guai.

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