Paradosso

C’è questo mio amico che domani va in Norvegia. Prima ero da lui che sono andato a salutarlo e mi aveva pure chiesto se domani mattina lo accompagnavo all’aeroporto a Bergamo e io gli avevo detto “sì” e lui “grazie” ma poi sua mamma, sapete come sono le mamme, ha detto “ma no dai” e io “come vuoi” e le “come voglio io è che ci vado io” e io “ubi maior…” e lei ha capito l’antifona e quindi io domani non lo porto mica all’aeroporto, anche se vorrei.

Avrei dovuto svegliarmi alle 3.30, per portarlo in aeroporto alle 5. Ma l’avrei fatto. Ma mi piace potermi svegliare tardi. Piccolo pardosso. Poi però penso che non lo vedrò per sette mesi ed è un po’ tanto, e poi è un mio amico quindi anche mi dispiace, non vederlo. È giusto che vada, si divertirà magari gli scappa pure di imparare qualcosa, e poi la Norvegia è piena di donne norvegesi. Non dico pienissima, ma neanche vuota. Quindi immagino che si divertirà. Capite, no?

Cioè sono contento ma un po’ mi dispiace. Che è un po’ un paradosso.

Quando penso ai paradossi mi viene sempre in mente il paradosso del nonno. Che fa più o meno così: se uno torna indietro nel tempo e uccide suo nonno, quello che è tornato indietro nel tempo sarebbe mai nato. Ma se non fosse mai nato allora non sarebbe potuto tornare indietro nel tempo ad uccidere suo nonno, e quindi sarebbe nato. Un casino, insomma.

Il paradosso, ora della fine, ti lascia con un nulla di fatto. Che è un po’ come mi lascia Fabio, che già mi manca. Ma sono felice. Ma anche no. Ciao.

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Sono anni che fingo di sapere di cosa scrivo. Poi la gente ha iniziato a crederci e ora ci sono cascato anch'io. Tranne brevi momenti di disarmante lucidità.