War Horse, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad…

Io sono il beatcippe, sono quello che parlerà di cinema con la pancia. Se hai capito male è perché sei irrimediabilmente malizioso/a.

 

Cosa non ci sarà in questo post che parla del film di Steven Spielberg in cui un cavallo e un ragazzo inglese dai denti sospettosamente regolari si amano molto:

– non ci saranno simpatici ammiccamenti alla nota vicenda di zoofilia in cui un’ex parlamentare italiana scopre il vero significato dietro l’aggettivo “asinino”.

– non verrà accennato il fatto che Spielberg è un povero bollito che tenta di far cassa per comprare l’Oman alla figlioletta in attesa di proporre della roba seria a cui tiene veramente (il Lincoln con Daniel Day-Lewis).

– non si parlerà dello spettacolo teatrale da cui il film è tratto nè dei libri da cui lo spettacolo teatrale e il film sono tratti perché sostanzialmente non ne so nulla e fottesega. Nè si perculerà l’autore dei libri, che di nome fà più o meno come l’anchorman alieno di Futurama ma peggio (Morpurgo).

– non verranno utilizzati gli aggettivi carino, interessante, valido. Nè i loro colleghi bella e bravi in coppia con i sostantivi fotografia e attori.

E ora il momento della trama del film War Horse, che (la trama) – con mirabile crasi tra analogismo da Settimana Enigmistica, interattività duepuntozerista e pura e semplice ignavia – verrà proposta in forma ellittica tramite un elenco di parole attinenti lasciando al lettore il compito di unire i puntini e crearsi la propria storia preferita, gentilmente offerta da TheNothingCorp™:

cavallo, Devonshire, ragazzo bello e bravo e naïf e puro e onesto e coraggioso e volitivo e senza difetti e muorimale, babbo reduce di guerra un po’ ubriacone ma buono, famiglia povera, Prima Guerra Mondiale, eponimo, piantino (ma ci rivedremo), inglesi, tedeschi, francesi, Jessica Fletcher, salto del carro armato, HORSE BACKFLIP ALERT, pace fra i popoli, ritorno alla malga, posa ganza del cavallo in controluce al tramonto (sic).

War Horse, in qualità di spettatore, ti pone diverse problematiche. Innanzitutto il tacito accordo di sospensione dell’incredulità con l’autore del film – secondo cui quando si spengono le luci in sala io disattivo quella parte di cervello che si ostina a ricordarmi, chessò, che la gente non vola, che cadendo dal quarto piano ci si ammazza e che Monica Bellucci non è un’attrice – è messo seriamente a dura prova dalla smaccata storia d’amore, scritta e girata senza la minima ironia (che c’è, ma altrove e collaterale), tra un ragazzo e un cavallo. [Nota: suddetta storia d’amore tra ragazzo e cavallo verrà d’ora in poi chiamata brorsemance. Dibs su tutti i futuri diritti d’autore]. Quando la parte introduttiva è superata, la parte di cervello da ammansire comincia finalmente a chetarsi («Ma per davvero beat, ci vuol sul serio far credere che si amano. Tutti quei carrelli a stringere, tutti quegli occhi negli occhi. Le paroline dolci, la musica carica…» «Taci, poffarbacco!») e il sentore di sòla si fa poco più lontano grazie a qualche sequenza di rara classe. Il film non riesce e non vuole liberarsi del suffisso in -etto e cade pure nello stesso tranello di quella zarrata da hipster di Marie Antoinette [ovvero: faccio parlare tedeschi e francesi in inglese. E fin qui chissene. Ma li faccio parlare con pesante accento tedesco e francese e in qualche dialogo ci butto dentro anche qualche parola di cermania e di franscia, di quelle che anche il più idiota dei redneck potrebbe facilmente desumere dal contesto. Per non parlare della gioia con cui si sguazza nella melma degli stereotipi e delle tristi macchiette.], ma una volta che ci si è (più o meno) chiariti scorre senza violenza e regala anche qualche momento divertente e qualche sequenza piuttosto scult (BACKFLIP).

Consigliato a tutti quei mentecatti che vanno al cinema a vedere una roba in cui c’è una pletora di cristiani ammazzati e non batte ciglio, ma appena viene sfiorato il sorcio di turno cominciano a emettere squittii ultrasonici di disgusto e disapprovazione perchè va bene tutto ma la violenza gratuita sugli animali proprio no. E ovviamente a tutti gli amici lettori appassionati di Spielberg.

 

About the author

Rappresento per la ballotta degli scribacchini. Ritengo le urine, ma defeco che è un piacere (semicit.).