Andiamocene via da qui, dobbiamo fare chilometri

È iniziato tutto con un paio di gradini, un paio sulle migliaia che ho percorso vivendo a Venezia. Ed è stata de L’Orso la colonna sonora che m’accompagnava mentre il treno portava il me-non-più-studente verso casa. Almeno l’eletta tale.

Era surreale. Il tramonto dietro Marghera, il treno che fermava ogni tot, quasi non volesse andarsene, fino a che non si è deciso di lanciarsi verso Mestre dando le spalle ai leoni di San Marco che dominano il ponte della libertà e dimenticandosi della Laguna che stava tagliando.

È surreale quanto questa canzone parli di un sacco di persone viste e vissute a Venezia. E tutti i ricordi della Venezia vissuta con Enrico (sì, quello dei quadri che una volta avevo messo in questo post e che ora non ci sono più) prima e poi con Alice sono riemersi nel primo centinaio di metri. E in qualche universo parallelo sono ancora lì a disegnarmeli nel cielo sopra Marghera con le sue fumate illuminate dal basso dal sole che saluta e se ne va.

Dev’essere stato strano – o più probabilmente impercettibile – per gli altri passeggeri vedere me che fissavo il sole, in ginocchio sul sedile, sguardo perso, pensieri di facce che ridono, notti in campo, miscele strane, pasti scoordinati, libri, attese in stazione per i treni da milano, passi svelti nella folla, ponti e gradini…innumerevoli gradini. Tutto passato. Passato, ma non perso.

 

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