Historically correct

«Alla germinazione sul terreno storico, al lento maturarsi e al rapido prorompere del nuovo sull’antico, del diverso sul simile, al travaglio onde la fantasia e il pensiero e la volontà si sanno tutt’insieme sciolti e legati, liberi e necessitati, ci s’illude di poter sostituire con vantaggio l’azione dell’autorità, che, sopra un terreno sbarazzato dall’ingombro, dall’incubo delle seduzioni del passato, disponga e comandi quel che si deve fare conforme alla costante norma ideale, e ne tracci il disegno dirigendone l’esecuzione»

Benedetto Croce, Antistoricismo, 1930

L’indignazione è un sentimento che proprio non sopporto, e tollero ancora meno quando a provarla non è una singola persona, ma una folla che, in una perfetta sincronia degna del miglior teatro di Broadway, arriccia il naso all’unisono.
Per questo, avrei volentieri fatto a meno di scrivere sulla questione che, da ieri sera, punteggia siti di quotidiani e blog autorevoli, tutti precipitatisi a mobilitare le proprie migliori penne affinché si esprimano sull’invereconda condanna di Dante pronunciata dal fin qui ignorato, e ignorabile, comitato Gherush92. Non sono, peraltro, un fan infervorato del Sommo Poeta (il che, a scanso di equivoci, non significa che non ne consideri l’opera inestimabile!), e sono convinto che se una simile proposta fosse stata avanzata quando mi trovavo ancora dietro ai banchi del liceo qualche anno fa, numerosissimi sarebbero stati i miei compagni disposti ad approvarla per acclamazione.
So che una premessa contraddittoria non rappresenta un buon inizio, ma proverò testardamente a spiegarvi perché, invece di obbedire a quanto ho scritto fin qua standomene zitto e buono lontano dal computer, mi ritrovo qui a scrivere.


Premetto innanzitutto che Dante ha sicuramente in altri autori, e nelle sue stesse pagine, avvocati ben migliori del sottoscritto, e confesso che il mio primo pensiero, leggendo la notizia dalla colonna laterale di Corriere.it ieri sera, non è stato propriamente “Che scandalo, disfarsi di Dante!”. Chiederò dunque al mio amico fiorentino di farmi gentilmente da scaletta per permettermi, partendo dalle sue sventure, di parlare d’altro.
Se infatti in tutta questa storia c’è qualcosa di davvero preoccupante, non si tratta senza dubbio della possibile uscita della Commedia dai programmi scolastici – proposta tanto strampalata quanto destinata a rapida scomparsa – bensì del progressivo ingresso del “politicamente corretto” in ambiti dai quali dovrebbe accuratamente tenersi alla larga, quali la Storia. Forse possiamo continuare a tollerare che l’internazionale dell’ipocrisia provi da anni ad imporci nomi strampalati per cose che un nome già ce l’hanno, nella speranza – decisamente illusoria – che chiamare un cieco “non vedente” ne migliori le condizioni di salute. Ma quando simili assurdità si mischiano all’antistoricismo, allora è meglio mettersi in guardia.
Il brutto vizio di rileggere il passato con gli occhi del presente non nasce, a dire il vero, l’altro ieri, e già in passati più o meno remoti ha riscosso presso il nostro mondo Occidentale discreto successo: accadde all’indomani dell’affermazione del Cristianesimo, con la ricerca forsennata di tracce di conversione nella classicità romana, e accadde pure, qualche secolo più tardi, in piena stagione illuminista, quando l’intento divenne più che altro quello di dimostrare quanto gli uomini del Settecento fossero avanzati rispetto a quegli incolti dei loro predecessori. Il culto del “senno di poi”, insomma, ha sempre avuto numerosi adepti, e non poteva non raccogliere proseliti nel secolo, lo scorso, che più d’ogni altro è stato vivaio di grimaldelli utili a forzare la realtà per ricondurla a schemi teorici: i totalitarismi, che mirano a plasmare mondo e società sulla base delle idee, ne sono l’esperimento più tragicamente riuscito.
La Storia è, per l’essere umano, una brutta bestia: per una creatura orgogliosa e votata al delirio d’infallibilità (non è questo il luogo per sviluppare la mia antropologia, ma si, l’avete capito, essa è abbastanza pessimistica!), essere perseguitata da un album degli errori passati è una vera tortura, e se non fosse per le glorie antiche di cui vantarci con gli amici e con noi stessi, ce ne saremmo disfati già da un pezzo. Per questo, appena possiamo, tendiamo a disconoscere le storture commesse, senza porci il problema del perché esse siano avvenute, ma limitandoci a proclamare a gran voce “Ora siamo diversi!”: lo facciamo nella vita quotidiana quando siamo costretti a correggere il tiro e ritrattare cose dette in passato, e ci comportiamo allo stesso modo quando, collettivamente, ci ritroviamo alle prese con passati scottanti. Tutto a causa della stupida ma pericolosa tendenza a confondere contestualizzazione con giustificazione, o forse del fatto che bruciare un libro, anche solo metaforicamente, è molto più facile che cercare di capirlo, perché questa seconda opzione ci metterà inevitabilmente di fronte alla manifestazione del nostro volto meno amabile.
È tipico degli uomini del Novecento, e di quelli che seguono, considerarsi un’eccezione della storia umana, ed è su questa pervasiva idea di alterità che si fonda larga parte della nostra azione, come se il 2 settembre 1945 avesse segnato uno iato invalicabile fra gli “uomini del passato” e i “contemporanei”, trasformando questi ultimi non nei prosecutori dell’opera dei primi, ma in spettatori delle loro malefatte che, partendo da zero, avrebbero avuto il compito di conservarne la memoria. Una tendenza che si dimostra nelle forme più varie e differenti, dall’ossessione per la musealizzazione di ciò che ci sta attorno, alla – per me ridicola -moda delle “scuse istituzionali”. Ci sentiamo i cugini saggi dell’umanità che, entrati in casa all’improvviso quando la festa era già degenerata, ora devono, fra sbuffi e occhiate compassionevoli, rimettere in ordine e chiedere scusa ai vicini per i danni combinati dai cugini scemi; ci rifiutiamo di ammettere che noi, a quella festa, abbiamo partecipato e stiamo tuttora partecipando, perché questo ci costringerebbe ad ammettere che anche nel nostro comportamento c’è qualcosa che chi verrà fra cinquanta o cent’anni considererà disgustoso, arretrato o, ciò che è peggio, inumano.
Così, invece di provare ad ammettere che Dante era – al di là del genio letterario – un normalissimo uomo del XIV secolo che ragionava come buona parte dei suoi contemporanei, preferiamo leggerlo con i canoni di settecento anni dopo, giocando a fare quelli che, dopo la fine della partita, sanno sempre come sarebbe stato possibile vincerla. Non proviamo nemmeno a pensare al fatto che, fra qualche secolo, ciò che ora è considerato opera di alto ingegno potrebbe, per un cambiamento della sensibilità, fare la stessa fine, ma ci ostiniamo a travasare i nostri valori e principi in un mondo che nostro non è. Ed è qui, probabilmente, lo scarto più profondo fra l’antistoricismo contemporaneo e quelli del passato: essi erano in qualche modo costruttivi, e nel mettere disordine nella Storia apportavano valori positivi (la caritas e la sensiblerie, come ci ricorda il senatore Croce). Il nostro spirito, invece, è quello del censore supponente che, convinto di avere il manuale dei divieti più recente ed aggiornato, si volta indietro e distribuisce copiosamente marchi d’infamia per proibire, invece di comprendere; la Divina Commedia è solo l’ultima vittima di questa marcia trionfale per la depurazione del passato.

Ragionare come se l’Alighieri fosse un fanatico cinquantenne fiorentino che ieri ha dato alle stampe un libro nel quale preconizza atroci sofferenze per ebrei e musulmani e che per questo dev’essere messo all’angolo non è solo demenziale, ma è pure molto pericoloso: siamo sempre alla ricerca di scuse per smettere di ricordare da dove veniamo, e se queste si travestono anche da buoni propositi educativi, il rischio è dietro l’angolo.
È decisamente improbabile che, affascinato dalle gesta di Goffredo di Buglione, un ragazzino decida di lanciare una Crociata; non lo è affatto invece che l’ignoranza di quella storia provochi conseguenze ben peggiori, con ragioni radicate non negli odi di mille anni fa ma nel nostro civilissimo presente.

About the author

Un ottantenne passatista e polemico rinchiuso suo malgrado nelle fattezze, seppure un po' malconce, di un venticinquenne. Ovvero, la ricetta perfetta per una sequela di geremiadi in formato 2.0