Implosione linguistica

Il mio nuovo idolo, il sessantenne scozzese che ci prepara al C1 con articoli dello Spectator e singolari aneddoti di una vita che meriterebbe di essere narrata, oggi mi ha spiazzata affermando che prova una profonda antipatia per Beppe Severgnini. Io avevo appena finito di leggere un suo articolo sul linguaggio adottato dai membri del nuovo governo Monti, e avevo sogghignato durante la lettura come spesso mi capita. In realtà il mio insegnante ce l’ha con Beppe (così lo chiama lui, poiché a quanto pare hanno chiacchierato, qualche volta) in quanto borioso, lui dice, sul suo personale modo di fare giornalismo. Non mi esprimo su questo, mi basti dire che mi piace di Severgnini la sua attenzione nel sorvegliare com’è impiegata la nostra lingua, criticarne gli usi impropri, chiarirne i vocaboli nuovi o tornati di moda e qualche volta difendere l’uso schietto e semplice di determinate espressioni, come la recente “paccata” di Fornero (e non la Fornero).

Non ho sicuramente intenti apologetici nei confronti del caro Beppe, ma queste considerazioni si sono unite nella mia testa ad altri pensieri sull’evoluzione della lingua, anche se riferiti all’inglese, e più precisamente all’American English. La questione della lingua negli Stati Uniti è assai annosa e non voglio certo esporla io quando vi sono ottimi libri con dati a profusione ed esempi spesso divertenti, ma ne enuncerò in breve i punti cardine per dimostrare che, il qualche modo, i pensieri sono connessi. Se dopo la Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776 si pensò addirittura di abbandonare l’inglese in quanto lingua della monarchia britannica a favore del greco (in quanto idioma dell’unico modello di democrazia), oggi si ritiene che lo spagnolo, o il suo imbastardimento noto come Spanglish, o l’African American Vernacular English, possano minacciare l’integrità linguistica, e politica, degli USA.

Dimensioni “americane” dunque di un problema che può essere riportato ad ogni idioma: quanto può evolversi una lingua senza impoverirsi? Dal punto di vista educativo, bisogna correggere gli errori in maniera irremovibile, o quando un “errore” diventa consapevole ed è reiterato si accettano due versioni? Gli insegnanti negli Stati Uniti devono prendere la penna rossa quando un ragazzino afroamericano scrive “he don’t know”? E in italiano, visto che gran parte della popolazione non usa i congiuntivi, è giusto non correggerli quando scrivono e sostenere che un errore di massa non è più un errore, bensì un’evoluzione naturale verso la semplificazione, e quindi decretarlo accettabile? *Bastava che lo dicevi allora!

Sì, so che sto esagerando. Ancora li correggono i congiuntivi, e si vergogni il docente che non lo fa! Ma gli errori sono subdoli, e l’involuzione si diffonde clandestinamente fino a che è del tutto sdoganata. Vorrei citare un esempio che mi riguarda: alle elementari Suor Anastasia ci insegnò tra i pronomi quelli personali complemento: mi, ti, gli per capirci. Ed era gravissimo, nei temi, scrivere La maestra chiamò gli alunni e gli chiese… Anni più tardi, scorrendo le note pratiche in un manuale di italiano, lessi che si riteneva accettabile l’uso di gli invece che loro. Ammetto che parlando ho fatto tesoro di questa nuova norma, tuttavia scrivendo preferisco l’antiquato loro.

Gli esempi e le angolazioni di questo dibattito sono parecchie, basti pensare all’uso/abuso di parole straniere. Studiando due lingue straniere mi rendo conto che una traduzione adeguata risulti spesso introvabile, che un vero e proprio corrispettivo in italiano non esita e che quindi sia bene, piuttosto che coniare mostruosità come fanno sovente i francesi (desolée), mantenere il termine straniero. Ma perché non usare la nostra lingua quando possiamo? Perché diciamo weekend e non fine settimana? O ordiniamo una cena take-away  e non da asporto? Un altro orrore che ho scoperto di recente è parlare di un volo schedulato, calco dell’inglese scheduled, previsto, perciò nulla di intraducibile. Nelle aziende o in politica si parla di meeting, briefing, planning, governance… E nella moda si dice pendant, tone sur tone, pied de poule, e ovviamente una gonna plissée si porta con le decoltè (scritto in un modo agghiacciante per un francese), si compra in una boutique molto chic e voilà, manca solo il maquillage, o il make-up, se vogliamo tornare all’inglese e seguire le news dai backstage della fashion-week. Assemblati così suonano eccessivi, ma sono parole che compaiono spesso nei nostri discorsi, e allo stesso tempo ridiamo dei genitori o dei nonni che dicono un complesso e non una band per indicare un “gruppo di musicisti o di cantanti riuniti temporaneamente o stabilmente”, e anche se dicono arrampichino invece di mountain-bike o apparecchio per aereo.

Non ho autorità né idee sufficientemente chiare per dare indicazioni in merito, ma forse per dirla con Aristotele, latinizzato, in medio stat virtus. Dunque orecchie e occhi aperti per novità interessanti e intraducibili (come sexting), ma un po’ di spirito critico s’il vous plaît, oh, sorry, per favore!

About the author

Complessata in via di guarigione, caratterizzata da autoironia e affetto mascherato da crudeltà verbale, scrivo perché il disordine nella mia testa diventi ordine sparso.