Moneyball, ovvero “come ti rilancio il sogno americano”

Prima di iniziare mi vedo costretta a fare due premesse importanti. La prima che da sempre
faccio parte della squadra che lo sport non solo non lo pratica dai tempi delle scuole superiori, ma
nemmeno lo guarda in televisione. Eccezione fatta per i mondiali di calcio, ma solo come evento
sociale, non certo per interesse.
La seconda, che ho un debole per il sogno americano. Da sempre. Adoro l’America. Gli americani.
Loro ci credono. Ci credono tantissimo. A cosa? A qualunque cosa.
Anche che sia possibile sintetizzare il baseball attraverso delle formule matematiche per creare
la squadra vincente. Non chiedetemi come, la mia peggiore idiosincrasia dopo lo sport, sono i
numeri.
Ebbene, vi domanderete come sia riuscita a rimanere seduta per 133 minuti a sorbirmi un film che
parla di baseball e di teorie matematiche. Bhè … Non solo ci sono riuscita, mi è anche piaciuto.
Moneyball, il film di Bennet Miller, candidato agli Oscar come miglior film, sceneggiatura e
montaggio e che ha fruttato una nomination a Brad Pitt come miglior attore protagonista e a
Jonah Hill per il ruolo da non protagonista, ti convince. Alla fine ci credi. Come un vero americano.
Bella forza, direte voi. Ne hanno fatti a bizzeffe di film così. Il copione di solito è il seguente:
squadra di perdenti, arriva l’allenatore giusto, vincono tutto a dispetto di tutti.
Invece no. Billy Beane, il general manager degli Oakland Athletics, sta ancora aspettando di vincere
le world series. (Il film è tratto da una storia vera).
E allora? E allora ha vinto l’idea. Pur non conquistando il titolo finale, gli Oakland Athletics,
gli “scarti” della Major League, hanno conseguito il record di vittorie consecutive di ogni stagione:
venti, una dopo l’altra. Il suo metodo, inizialmente disprezzato, verrà utilizzato dalle squadre più
importanti della Major League.
Non si sarà portato a casa il trofeo, ma ha cambiato il modo di fare baseball.
Fare, non giocare. Perché Beane non è un allenatore, è uno scout. E’ uno che i giocatori li compra,
li scambia, li “taglia”, cioè li licenzia. Non sta seduto in panchina, non guarda nemmeno le partite.
Infatti di baseball vero e proprio nel film se ne vede poco. Lo si ritrova nei dialoghi, a volte difficili
da seguire perché ricchi di termini tecnici, sconosciuti ai più.
Il punto non è vincere la partita decisiva. Quello che Miller ci vuole dire è che il sogno americano
non è più la meta, il risultato che ottieni, ma è il percorso, il modo in cui ci arrivi.
Poco importa che una squadra più ricca e quindi con più mezzi ti soffi la vittoria sotto il naso per
il secondo anno di fila. Hai già battuto il tuo fuoricampo se per arrivare fin lì hai usato il cervello,
rotto gli schemi e perseguito i tuoi obbiettivi.
Qualcuno potrebbe tacciare il tutto di “buonismo”, ma niente sarebbe più lontano dalla verità.
La matematica è cinica e spietata e non c’è niente di sentimentale nelle motivazioni che spingono
Beane e il suo assistente a scegliere i giocatori che formeranno la squadra. Solo calcoli, cifre,
percentuali.
Il fattore scatenante sono i soldi. Il budget della squadra è basso e il general manager deve
rimpiazzare i tre elementi più forti, migrati verso contratti più danarosi.
Gli ambienti sono squallidi, Pitt mastica tabacco e non c’è nemmeno l’ombra di un pittoresco
paesaggio americano.
Però Billy Beane nella sua teoria ci crede talmente tanto che alla fine ci credi pure tu. E ti domandi
quando vincerà le world series.

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