Non abbiamo più maestri

«E pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo ad un altro uomo.»
E. De Amicis – Cuore

 

Accade, talvolta, che alcune idee confuse riescano a prendere la forma di ragionamenti strutturati solo grazie alla contingenza, che riesce a condensarle e a dar loro consistenza. È quello che mi è successo venerdì scorso, quando, nel bel mezzo di una lezione in Sorbona, mi sono messo a scrivere questo post.
La decisione di trascurare la lezione sulla riconversione degli edifici religiosi di Parigi non era tuttavia dovuta né alla scarsa appetibilità dell’argomento né ad un improvviso attacco di ribellismo adolescenziale, quanto piuttosto dalla provvidenziale convergenza fra una serie di riflessioni che porto avanti da qualche tempo e la sciagurata prova oratoria prestata da un’altrettanto disgraziata dottoranda.

Sono sempre stato critico nei confronti delle lagnanze generazionali, contrarissimo a studenti che si muovono come fossero una lobby reclamando diritti e tutelando privilegi, e decisamente scettico verso i lunghi elenchi di ragioni,  ormai ubiqui su ogni mezzo d’informazione,  per le quali gli sfortunati ventenni degli anni 2000 si trovano a vivere in un mondo peggiore di quello dei loro padri. Fermamente convinto che ogni generazione si sia imbattuta in circostanze diverse, e dunque al contempo migliori e peggiori, di quelle che l’hanno preceduta, non rappresento un buon uditorio per quanti, oggi più che mai, proclamano a gran voce la durezza dei tempi contro i miei coetanei.
Ciò nondimeno, nel corso delle mie peregrinazioni parigine alla ricerca dell’introvabile bandolo della tesi, mi sono scoperto più volte a riflettere su quella che, per me, è l’unica e reale dannazione della mia generazione: la scomparsa dei maestri.

Figli di una generazione supponente (i famigerati baby boomers troppo spesso destinatari dei miei strali) che ha rifiutato i propri nella convinzione di non averne bisogno, siamo cresciuti attorniati dal culto ossessivo del “fare da sé”, fratello egoista dell’altrettanto idiota legge della totale passività del discente che, per secoli, ha orientato pedagoghi ed educatori. Con la differenza,  sostanziale e deleteria negli effetti, che mentre a quest’ultimo tipo di imposizione ci si è sempre potuti – seppur faticosamente – ribellare (i casi, tanto celebri quanto limitati alle singole storie familiari, non si contano!), alla nostra infelice condizione di indipendenza assoluta e forzata non si può far altro che rassegnarsi, salvo forse coltivare la speranza, perlopiù illusoria, di imbattersi in qualcuno dotato di velleità educative.
Non si tratta qui, naturalmente, di maestri e insegnanti intesi nella loro accezione scolastica, la quale, seppur fra qualche difficoltà, continua a sopravvivere. Mi riferisco invece ad un’idea più vasta, e pure più pratica, di insegnamento, simile, forse, a quella di apprendistato: in soldoni, nessuno è più disposto a insegnare il “come si fa”, senza per questo, oltretutto, abbassare di un millimetro le pretese sul risultato finale. Chiunque abbia iniziato un nuovo lavoro (che preveda un minimo di apprendimento: non l’uomo-sandwich, insomma) o si sia cimentato con la scrittura di una tesi di laurea sa di cosa parlo; si definisce quale dev’essere il risultato ottenuto, si indicano con discreta precisione i tempi ma non si spendono più di tre parole sul come svolgere il compito assegnato. Per carità, penseranno i più, non è la fine del mondo, in fondo, dopo qualche tentativo, tutti siamo riusciti a trovare la strada corretta per andare avanti e farcela da soli.
Verissimo, ma non è questo il punto. La scelta di smettere di dare lezioni è, oltre che antieconomica, profondamente inumana, come buona parte delle numerose forzature che il Novecento ci ha generosamente lasciato in eredità. Non solo, infatti, per imparare da sé e giungere al livello necessario per svolgere il compito si utilizza un tempo che potrebbe essere destinato a fare meglio e più in fretta il proprio lavoro, ma si elimina anche una relazione sociale basilare come quella maestro-allievo. Mi rendo conto che le mie parole, complice anche l’improbabile citazione di De Amicis in apertura (riscoprite Cuore, amici miei!), paiono impregnate di un misticismo un po’ inquietante, ma non è così. Non parlo di saperi oscuri tramandati da una generazione all’altra, non sogno un ritorno – ammesso che tale sarebbe – delle corporazioni che perpetuano i segreti del mestiere. Penso, molto più semplicemente, che questo solipsismo forzato non sia adatto alla nostra “natura” di esseri comunicativi, che da sempre hanno basato la conoscenza sul rapporto interpersonale, comprendendo non solo che così si fa prima (se gli “autori” del progresso, a partire dal tizio che ha scoperto come accendere un fuoco, si fossero portati i propri segreti nella tomba, avremmo impiegato un po’ di tempo in più ad arrivare dove siamo oggi) ma che la contaminazione vicendevole fra chi insegna e chi apprende arricchisce le idee di entrambi. E sviluppa un sentimento di gratitudine che non significa dipendenza in chiave paternalistica (“ti sono grato perché mi nutri”), ma genuina consapevolezza di quali sono le proprie radici perché, per quanto alla nostra vanità piaccia sperarlo, nessuno di noi si è mai costruito completamente da solo.

Cosa c’entra, in tutto questo, la povera dottoranda data in pasto ad un uditorio di quasi-coetani ipercritici e pronti a distrarsi? Beh, credo che se oltre ad assegnarle pile di libri e correggerne i refusi della tesi, il suo directeur de recherche (qui si chiama così) si fosse posto il problema di insegnarle a fare ciò che la poverina desidera scegliere come mestiere per la vita, invece di “lasciare che impari da sé”, in questo momento avremmo una ragazza umiliata in meno e, soprattutto, vi sareste risparmiati questo pistolotto infinito.

About the author

Un ottantenne passatista e polemico rinchiuso suo malgrado nelle fattezze, seppure un po' malconce, di un venticinquenne. Ovvero, la ricetta perfetta per una sequela di geremiadi in formato 2.0