The help. Una torta con tutti gli ingredienti

Questo film è bello. Non è girato bene, scritto bene, recitato bene. Cioè lo è, ma lo è in un modo che va al di là della forma. Semplicemente, è bello.
Credo che abbia toccato tutte le corde che si potevano toccare. Si piange, si ride, ci si arrabbia, ci si scandalizza, ci si intenerisce, si prova compassione.
Forza, adesso mettetevi lì e pensate al film più recente che vi ha offerto almeno tre delle opzioni che vi ho elencato.
Con The help, signore e signori, vi portate a casa tutto il pacchetto.
Me l’avevano detto che era bello, ma non ci volevo credere. L’avevano scritto tutti: “ È Il film dell’anno”. E quando scrivono così spesso e volentieri la delusione è servita.
Invece Tate Taylor mette in tavola una torta con tutti gli ingredienti. Abbuffatevi, ce n’è per tutti i gusti.
Forse è la storia, ho pensato all’inizio. Skeeter, una giovane aspirante giornalista racconta, con l’aiuto di due cameriere, Aibileen e Minnie, le discriminazioni e il razzismo alla fine degli anni 60 nelle case della buona borghesia americana del profondo sud. Le stesse cameriere afroamericane che allevano i figli dei bianchi, ma che non possono usare i loro bagni.
Forse sono le attrici. Sono bravissime. Tutte. Avrebbero dovuto dar loro un oscar di gruppo. Non solo ad Octavia Spencer, miglior attrice non protagonista, ma anche all’odiosa Bryce Dallas Howard e a una Jessica Chastain, svampita e adorabile.
Forse sono i dialoghi. La sceneggiatura non è originale, ma tratta dal romanzo di Kathryn Stockett, da cui la pellicola ha preso il titolo. Niente sentimentalismi o voli pindarici con le parole, nonostante le delicate tematiche del film potessero spingere verso questa pericolosa china.
Tutto è misurato: la rabbia, i dolori, le risate. Eppure arriva dove deve arrivare.
Forse è il Mississipi. Non lo so. Forse sono tutte queste cose messe insieme.
È come una gigantesca lente d’ingrandimento. Come un punto di vista. “Guarda e impara” dice il regista. E ti verrebbe da pensare che la storia delle battaglie per i diritti civili l’abbiamo sentita cento, mille volte e vista in tutte le salse, ma mai così.
Questa volta non c’è nemmeno una parata, uno striscione. Martin Luther King, l’assassinio di Kennedy e la violenza vengono accennati solo di sfuggita. C’ è solo una ragazzina con una matita molto affilata che scrive un libro e si sa…ne uccide più la penna che la spada.
The help è una storia di donne. Gli uomini non sono che di passaggio o di contorno e nella maggior parte dei casi, quando non sono violenti o scialbi, non fanno che scappare.
La battaglia è tutta rosa confetto e si scende in campo con i guanti, che siano bianchi o di pizzo. Una guerra, che ci ricorda quanto possano essere spietate tra loro le rappresentanti del gentil sesso.
In ogni guerra che si rispetti però, esistono delle alleanze e credo che più di tutto questo sia un film sull’amicizia tra donne. Insomma, quell’ “aiuto” di cui si parla nel titolo, che non ha niente a che vedere con le faccende domestiche. Legami tanto profondi, quanto salvifici. Disparati, spontanei, elettivi legami tra donne.
Deve essere questo l’ingrediente segreto di Taylor e il Mississipi non centra niente.
Oppure è la torta di Minnie, ma lascio che sia lei a raccontarvi cosa ci ha messo dentro. Ne vale davvero la pena.

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