L’uomo delinque – ovvero “quello lì sarà sicuramente un criminale”

“Non vi è delitto che non abbia radice in molteplici cause: che se queste molte volte s’intrecciano e si fondono l’una coll’altra, ciò non ci impedisce dal considerarle, obbedendo ad una necessità scolastica o di linguaggio, una per una, come si pratica per tutti i fenomeni umani, a cui quasi mai si può assegnare una causa sola, scevra di concomitanze.”

Queste sono le prime righe, l’incipit, de “L’Uomo delinquente” una delle opere più celebri di Marco Ezechia Lombroso, che successivamente cambiò il suo nome in Cesare.
Ogni tanto si sente questo nome e se ne torna a parlare sui social network, sui giornali o telegiornali; altri invece si mettono a scandagliare le sue teorie per capire da dove vengono alcune concezioni riguardanti la pena e, più propriamente, il reo.

Molto spesso Cesare Lombroso sembra quasi essere sinonimo di qualcosa di antico, incredibile, mostruoso e buio. Antico perché generalmente non si sa quando sia vissuto e dove; incredibile perché le sue teorie si dà già per scontato che non abbiano alcun fondamento scientifico; mostruoso perché analizzare teschi e cadaveri ai più può risultare fastidioso e impressionante. Il buio, invece, riguarda più l’immaginario, perché queste azioni ce le si immagina compiute di notte, illuminati da candele e luci fioche.

Ebbene, non voglio assolutamente “riabilitare” in qualche maniera la figura di Cesare Lombroso; credo infatti che non sarei in grado di approfondire con dovizia di dettagli l’importanza delle sue teorie. L’intento è solo quello di raccontare qualcosa di questo mio concittadino.

Marco Ezechia Lombroso, infatti, nacque a Verona il 6 novembre del 1835 da una famiglia ebraica. Studiò medicina presso le Università di Padova, Vienna e Pavia; in quest’ultima, peraltro, divenne incaricato nel 1862 di un corso sulle malattie mentali. A Pavia svolse ricerche sulla pellagra e sul cretinismo ed infine divenne dapprima direttore del manicomio di Pesaro, poi ordinario di medicina legale nel carcere di Torino.
Circa un secolo fa, Cesare Lombroso postulava l’ipotesi che alcune caratteristiche fisiche o malformazioni, come la fronte inclinata, il mento sporgente, le braccia di lunghezza superiore al normale, potessero rispecchiare il prototipo del criminale.[1]
Il celebre scienziato, nel suo testo “L’Uomo delinquente”, cercò di passare in rassegna i fattori che determinerebbero gli individui a delinquere, a partire dal riscontro dell’esistenza, in natura, di un tipo ideale di costituzione delinquenziale.[2] Lombroso, perciò, viene considerato se non addirittura come il fondatore, senz’altro come uno dei maggiori esponenti dell’Antropologia criminale, scienza che studia i fattori criminogeni rilevabili nell’uomo facendo ricorso al metodo scientifico. Il punto di riferimento delle sue ricerche, era la condotta concreta che un determinato individuo aveva tenuto in relazione a fatti lesivi di rilevanza penale; lo scienziato, infatti, attraverso i suoi studi si ricollegava alla frenologia forense (scienza medico – legale delle malattie mentali), alla statistica criminale, alla tanatologia forense, ma anche ad altre scienze o studi con il tentativo di creare una sorta di miscellanea di queste discipline.[3]

Un esempio concreto della metodologia con il quale Cesare Lombroso procedeva nelle sue ricerche, lo abbiamo nel momento in cui, sempre nel suo “L’Uomo delinquente”, procede nella disamina del cranio del settantenne brigante calabro Giuseppe Vilella. Dopo la rimozione della calotta cranica, il Lombroso, evidenziò come fossero presenti alcune anomalie congenite a livello morfologico: soprattutto, quella che fu denominata “fossetta occipitale mediana”. Tale malformazione, oltre che dal punto di vista anatomico, era la fonte innanzitutto di un deficit in fatto di razionalità. Il delinquente, infatti, altri non sarebbe che un anormale; un individuo che presenta anomalie tali da differenziarlo dagli altri consociati.[4]

Il delitto, di conseguenza, appariva come un qualcosa di radicalmente prevedibile, e dunque assolutamente prevenibile, perché di natura necessitato.[5]
Lombroso, infatti, in un certo senso tipizzò il “delinquente nato“: soggetto che generalmente ha la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi, le sopracciglia folte e vicine, il naso torto, il viso pallido o giallo (forse itterico?) e la barba rada.
In concreto l’uomo – secondo Cesare Lombroso – agisce in maniera deterministica, in sostanza egli sarebbe privo di libertà.

A proposito, ora che ci penso. Non è infrequente sentir dire o dire noi stessi frasi simili a questa: “ah quello lì, che brutta faccia! Sembra un delinquente!”…


[1]  Cfr. A. Bianchi, G. Gullotta, G. Sartori (a cura di), Manuale di neuroscienze forensi, Giuffrè Editore, Milano 2009, p. 54.

[2]  Cfr. Daniele Velo Dalbrenta, La scienza inquieta, CEDAM, Padova 2004, p. XXXIII.
A tal proposito, si segnala, che l’Università degli Studi di Verona, Facoltà di Giurisprudenza, Dipartimento di Studi Giuridici, ha organizzato nell’ottobre 2009 un convegno internazionale di studi incentrato sulla figura e sulle ricerche di Lombroso, denominato “L’Antropologia criminale di Cesare Lombroso: dall’Ottocento al dibattito filosofico – penale contemporaneo” con contributi di professori provenienti da università italiane, europee ma anche nordamericane.

[3] Ivi, p. XXXVII.

[4] Ivi, pp. 4, ss.

[5] Ivi, p. 25.

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Voglio tentare di capire sempre il perché delle cose. Mi rimangono, tuttavia, solo tanti soprannomi, nomignoli e appellativi.