Movimentese

« Nous entendrons par politique l’ensemble des efforts que l’on fait en vue de participer au pouvoir ou d’influencer la répartition du pouvoir, soit entre les États, soit entre les divers groupes à l’intérieur d’un même État.  […] Tout homme qui fait de la politique aspire au pouvoir — soit parce qu’il le considère comme un moyen au service d’autres fins, idéales ou égoïstes, soit qu’il le désire « pour lui-même » en vue de jouir du sentiment de prestige qu’il confère.»*

Max Weber – Politik als Beruf

 

Fra le regole ferree che mi ero imposto di rispettare quando ho iniziato a scrivere su queste pagine, una delle più cogenti era quella di stare lontano, il più possibile, dalle discussioni politiche, per almeno due ordini di motivi. Se da un lato sono cosciente che le mie opinioni finiscono sempre col provocare risse dalle quali esco il più delle volte – moralmente – pesto, dall’altro sono ancora vincolato ad un’idea più che obsoleta di “autorità”, che mi porta irrimediabilmente a gerarchizzare i mezzi di comunicazione e a considerare blog, Facebook e, più che mai, Twitter contesti inadatti a questo genere di discussioni. Tuttavia, come a tutte le cose umane, anche alle mie regole ferree sono concesse, in casi eccezionali, deroghe; e che questo sia un caso eccezionale è già testimoniato dalla scelta del da me poco amato Max Weber come “controllore all’ingresso”: lasciate dunque che vi parli di politica. O meglio, della politica.

Si fa un gran parlare, in questi giorni nei quali una concitata discussione politica è riesplosa dopo il lungo e austero silenzio montiano, di antipolitica, movimentismo e crisi dei partiti. In vista di elezioni dalla scadenza ballerina (fra le ipotesi più gettonate, la recente “in ottobre”, la classica “a fine legislatura” e la più fantasiosa – e da me prediletta – “mai”), i partiti escono dall’ibernazione e provano a riorganizzarsi sull’onda del malcontento prodotto dagli scandali e aizzati, stando a quanto ci dicono gli osservatori, dal viscerale terrore per la minacciata ascesa grillina, capace – a quanto pare – di avvantaggiarsi dell’elettorato scontento sia a destra che a sinistra, intercettando addirittura il, fin qui fedelissimo, voto del popolo leghista deluso e amareggiato.
Non mi addentrerò, non avendone voglia ma soprattutto competenza, in previsioni elettorali troppo precoci e pertanto affatto attendibili, e lascerò ad altri – magari su queste stesse pagine – l’analisi della crisi istituzionale che l’Italia vive da qualche tempo; preferirei invece soffermarmi su un elemento molto più consueto e banale, che proprio in virtù di queste due caratteristiche è sempre più trascurato dalle analisi dell’attualità: il lessico. Non già quello adottato per esprimersi dai nostri rappresentanti, sempre in bilico fra vernacolo-che-fa-tanto-pop e polveroso politichese da Prima Repubblica, bensì a quello del quale tutti coloro, interni ed esterni all’agone, si riempiono la bocca per tentare di decifrare, e dunque descrivere, ciò che sta accadendo.

Saltando a piè pari tutta la doverosa premessa sulla ricchezza lessicale della lingua italiana sistematicamente rimossa dalla gran parte dei suoi utilizzatori, andiamo al punto: in questo grigio mondo fatto di regole che non lasciano spazio alla fantasia e alla creatività, la parola “politica” ha un significato ben preciso. E, giusto per rincarare la dose di cruda realtà, pure la differenza fra “partito” e “movimento” è abbastanza netta. Come direbbe l’ultra abusata citazione di Moretti – che nella mia personalissima classifica dei detestabili celebri compete con Weber per il primo posto – «le parole sono importanti», signori miei. E le diventano tantopiù se vengono adottate proprio per cercare di delineare un mondo fondato sui distinguo com’è quello del dibattito pubblico.

Fintanto che l’uso approssimativo della lingua può essere ricondotto a ragioni, pur deprecabili essendo i nostri “parlanti” giornalisti o politici, di scarsa preparazione, ci si può pure passare sopra, invocando la concitazione del momento o la distrazione estemporanea, ma quando questa pratica viene adottata con un fine apertamente propagandistico, è davvero il caso di ribellarsi. Perché fra i tanti strumenti infimi della pubblicità politica, l’inganno linguistico deliberato è certamente uno dei più meschini e sleali.
In questo senso, il caso della parola “politica”, un’aristocratica decaduta del lessico italiano contemporaneo, è emblematico. Dal capitale anno 1992, l’identificazione automatica dei rappresentanti politici con i partiti, e di questi ultimi con la politica è diventata la pietra angolare del dibattito nazionale, facendo sì che l’invocato rinnovamento del paese avesse luogo più fra le parole stampate sui giornali che nella vita pubblica. Intendiamoci, non sono qui a fare il qualunquista alla “è tutto un magna-magna, i politici sempre hanno rubato e sempre ruberanno, il sistema è marcio, ecc.” e non vi propinerò l’ennesima replica della citazione dal Gattopardo, per la quale anzi proporrei una moratoria rigidissima. Quel che invece intendo dire è che al posto di concentrare, in maniera analitica e dunque faticosa, l’attenzione su quei meccanismi della nostra democrazia che si erano inceppati col passare del tempo, abbiamo preferito liquidare sbrigativamente cinquant’anni di storia repubblicana prendendocela, ipergenericamente, con politica e partiti, decidendo d’ignorare il fatto che ogni democrazia compiuta di questi due utili strumenti ha un discreto bisogno, se non vuole piombare nell’anarchia o nell’autoritarismo. Il risultato è dunque stato il seguente: ci siamo disfati dei due termini, circondadoli di un alone di squallore, e abbiamo dirato dritto, rimettendo in piedi un sistema diverso ma simile – ossia basato ancora una volta su politica e partiti – non perché gli italiani sono (scegliete pure il vostro cliché liberamente, io adotterò questo:) un popolo di pecoroni che ama farsi comandare da torme di mascalzoni, ma molto più semplicemente perché la democrazia moderna non offre alternative.
Facciamo un salto di una ventina d’anni, e arriviamo a noi: di nuovo politica in crisi, di nuovo partiti in crisi, al punto che non si può fare a meno di parafrasare il preveggente generale Foch, fra gli italiani e la politica non c’è stata la pace, ma un armistizio di vent’anni. E infatti siamo tutti qui ad attaccare, a tambur battente, il sistema della rappresentanza nel suo insieme, perché così si fa prima e non si rischia di essere coinvolti; politica e partiti, intesi come termini, vengono nuovamente messi sul banco degli imputati, e si apre ancora una volta il fuggi-fuggi per allontanarsene quanto prima possibile. Bene, e ora che si fa? Semplice, pensano tutti gli interessati, usiamo delle parole nuove!

Eccolo, finalmente, l’inganno che mi ha indotto a trascinarvi sino a quest’ultimo recesso della pagina: nell’Italia degli ultimi sei mesi, nessuno fa più politica, nessuno fonda più partiti. Peccato che queste due paroline identifichino ambiti e realtà tutt’altro che spopolati, e che anzi risultano oggi presidiati ed assediati più che mai. Perché, è forse utile ricordarlo, occuparsi della cosa pubblica, quale che sia lo scopo o l’interesse, è far politica, e non esiste idea né progetto riguardante la collettività che sfugga a questa definizione: anche la più illuminata e competente delle opinioni su come utilizzare le risorse pubbliche, quali che siano, è intrinsecamente politica. E chiunque organizzi un gruppo di persone allo scopo di realizzare quest’azione politica, sta fondando un partito, gli piaccia o no; i movimenti sono altro, e questo Paese – nel bene e nel male – l’ha sperimentato sulla propria pelle.

In principio, fu il governo dei tecnici, le cui decisioni, in quanto figlie non della volontà ma di una verità scientifica pressoché infallibile, non dovevano essere suscettibili di discussione: in fondo, si limitano a fare ciò che bisogna fare, non si occupano di politica. Poi fu il momento di Grillo, che nella ripresa della sua azione salvifica del Paese, nel corso della quale blandisce un elettorato al confine fra Lega e Sel che immagino rappresenti un parco giochi per i politologi, tiene a specificare chiaramente che il suo non è un partito, al massimo un movimento. Da ultimo – ma temo per poco – è arrivato Alfano, che nel prospettare, a mo’ di pubblicità di Gardaland, la più grande sorpresa degli ultimi anni, si guarda bene dal pensare ad un nuovo partito, preferendo optare anche lui per un movimento, riprendendo peraltro quello che a lungo fu uno dei distinguo di battaglia del suo ex alleato padano.
Così, con la compiacenza di giornalisti più cialtroni – credo – che in malafede incapaci di sbeffeggiare questo lessico ripulito e anzi rapidissimi nell’apprenderlo e riciclarlo, il trucco riesce. Tutti gli elettori indignati contro i partiti si recheranno al voto ben lieti di aiutare a smantellare un sistema marcio, sostenendo – era ora! – dei sani e nuovissimi movimenti, nessuno dei quali, naturalmente, ha la minima intenzione di dedicarsi alla politica: porteranno avanti idee, metterano in pratica soluzioni e lavoreranno tutti per il bene comune. Potremmo sperare di meglio?

 

* Mi scuso per il melange linguistico della citazione, ma non parlando il tedesco ogni tentativo di ricercare questo passo nel testo originale di Weber si sarebbe risolto in maniera disastrosa; sulle versioni in italiano presenti su internet conviene stendere un velo di compassione, e ciò mi ha costretto a ricorrere al testo francese.

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Un ottantenne passatista e polemico rinchiuso suo malgrado nelle fattezze, seppure un po' malconce, di un venticinquenne. Ovvero, la ricetta perfetta per una sequela di geremiadi in formato 2.0