Paradiso amaro. Quel che resta delle Hawaii.

Prendete tutto quello che sapete delle celeberrime isole del Pacifico e buttatelo nel cestino. Alexander Payne, regista di  Paradiso amaro (titolo in inglese The Descendants. Raro caso in cui la versione italiana è migliore dell’originale), vincitore del premio Oscar come miglior sceneggiatura non originale, ci mostra quello che resta del paradiso.

Ben poco a dir la verità. Grattacieli e traffico caotico la fanno da padroni nelle città dell’Isola Grande come in tutto il resto del mondo e le famiglie hawaiane sono alle prese con le universali tragedie umane.

Così come George Clooney nei panni di Matt King, discendente della stirpe dei re delle Hawaii, travolto dall’incidente che ha condotto la moglie in coma irreversibile. Dal giorno alla notte, “il genitore di riserva” si troverà ad occuparsi a tempo pieno delle due difficili figlie, Alex di diciassette anni e Scottie di undici, e a fare i conti con la scoperta del tradimento della moglie.

Tutto il mondo è paese ci dice Payne e nemmeno alle Hawaii si salva nessuno. A parte lo stesso Clooney, antieroe dall’armatura un po’ ammaccata, ma luccicante.

Alle Hawaii c’è l’Alzheimer, i cognati falliti, i suoceri che odiano i generi. Le mogli si innamorano di uomini odiosi, le figlie maggiori hanno problemi di droga e un linguaggio decisamente sboccato, le figlie minori lo imparano.

Se c’è una catarsi passa attraverso la scelta del “discendente” di non vendere l’ultimo lembo di terra selvaggia e incontaminata di proprietà della famiglia King, quindi di Matt e dei suoi surreali mille cugini, al gruppo immobiliare che l’avrebbe trasformata nell’ennesimo mega albergo di lusso.

Nonostante le orrende camice a fiori, Clooney veste perfettamente i panni dell’uomo normale e del padre, un po’ distratto ma pronto a rimediare, mettendoci la sua abituale ironia (spassosissima la scena della corsa) e una faccia che racconta tutto.

Nessun aloha o danzatrici indigene con gonnellino e collana di fiori. L’unica che si vede dondolare è la bambola sul cruscotto del fuoristrada di uno dei cugini di Matt. Impossibile non pensare ai pinguini di Madagascar 2.

Il regista di Sideways e A proposito di Schmidt ci regala una galleria di personaggi assurdi, ma genuini che si arrabattano con le carte che gli sono uscite, in un dondolio perenne tra ombra e luce. Niente è tutto bianco o nero, ma grigio come il cielo hawaiano d’inverno. Come il cielo d’inverno di qualsiasi paese al mondo.

Non importa se vivi su un atollo o in una metropoli, le condizioni d’uso sono le stesse per tutti, così come il bisogno di un trovare un senso agli accadimenti della vita.

La tragedia, i rimorsi, le risposte di cui va a caccia il protagonista sono filtrate da uno sguardo impietoso, ma ironico.

“Tutto avviene per caso” dice il rivale a Matt King, messosi in viaggio con le figlie e l’amichetto stordito di Alex (una perla di personaggio), solo per trovarsi faccia a faccia con lui. E nel paradiso amaro di Payne sembra davvero così.

Oltre a una piccola, ma cospicua rivincita, King si porterà a casa la consapevolezza che troppe volte non esiste un senso, che il tempo è poco e che bisogna fare il meglio che si può con quello che si ha.

Anche se … Anche se nell’ultime scene splende il sole e il mare hawaiano è cristallino. E il film si conclude con Clooney e le figlie ritrovate, anzi “trovate” finalmente nel marasma dei fragili legami famigliari.

Forse la cose della vita a volte non hanno senso, però ci vanno davvero molto vicino.

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