The Iron Lady. La Margaret di Meryl.

Questa sarà una recensione sulla forma. Il contenuto lo lascio giudicare agli storici e gli appassionati non me ne vogliano, ma ritengo che sia meglio tacere piuttosto che imbrattare la carta, sebbene virtuale, con una marea di sciocchezze.

I programmi di storia della mia generazione arrivavano a fatica al secondo dopoguerra: studiare il periodo thatcheriano sarebbe stata pura utopia. Indi per cui non so dirvi se Phyllida Christian Lloyd, regista inglese di teatro e cinema, che aveva già diretto Meryl Strepp in Mamma mia, sia stata ingenerosa o onesta nel raccontare la vita della Lady di ferro. Non posso giudicare gli episodi scelti dalla regista, se sono stati davvero importanti o solo funzionali alla volontà di indurre lo spettatore a farsi una certa idea del periodo storico e della controversa donna di potere, ma un paio di cose su questo film posso dirvele lo stesso. Le chiavi di lettura nel cinema sono tante e spesso la forma esprime il contenuto meglio del contenuto stesso.

Soprattutto in casi come questo dove la forza sta nei dettagli. Quelli interpretati da Meryl Streep in maniera quasi maniacale e che le hanno fruttato il premio Oscar come miglior attrice protagonista.

La rigidezza dei movimenti, il modo di inclinare la testa, di accavallare le gambe. Per apprezzare al meglio il lavoro dell’Attrice per antonomasia, si dovrebbe vedere il film in lingua originale, ma anche con l’ottimo doppiaggio italiano, non si può che convenire che la terza statuetta era sicuramente meritata.

I costumi, il trucco, i capelli. Tutto studiato alla perfezione, come a dire che l’epoca in cui è vissuta rappresenta la Thatcher come lei stessa ha rappresentato un’epoca. Bella lunga a dir la verità, considerato che ha governato dal 1979 al 1990.

E se la Streep non si lascia mai andare, rispettando il carattere algido della donna di potere più amata e odiata d’Inghilterra, a parlare per lei sono i colori delle ambientazioni che la circondano. Più caldi nei flash back che prendono il via dalla giovinezza del primo ministro donna della Gran Bretagna, come ad esempio durante il primo incontro con il futuro marito, Denis Thatcher, interpretato da Jim Broadbent, (che molti ricorderanno nei panni del professor Lumacorno in Harry Potter e il principe Mezzosangue ), si fanno mano a mano più freddi, fino al grigiore della Londra dei nostri giorni, dove la vecchiaia e la perdita di lucidità alienano la Thatcher dal mondo reale e la portano a ripercorrere la sua vita attraverso alcuni ricordi, pungolata e sorretta dall’allucinazione del marito, morto ormai da anni. A fare da filo conduttore è il colore azzurro della coccarda della sua prima candidatura, ripreso poi negli abiti e nei cappellini che la Thatcher indossa durante la scalata al potere. Particolare che va perdendosi gradualmente, fino a scomparire del tutto. Che Margaret abbia perso qualcosa di sé? Eppure non sembra aver ceduto di un passo rispetto alle proprie idee e ai propri principi, che ha portato avanti indefessa, nonostante alla fine le siano costati cari.

È impossibile provare empatia per questa donna. Ambiziosa, rigida, poco materna, sfacciatamente egocentrica, intransigente con chi le sta accanto se non addirittura spietata. Una donna umanamente tremenda, come sono tremendi gli stralci dei documenti video dell’epoca che testimoniano la violenza delle manifestazioni e l’altrettanto violenta repressione, inseriti all’interno del film e sottolineati con un colpo di genio da un pezzo di musica punk (come un’amica esperta mi ha fatto notare).

Eppure si arriva a comprenderla per certi versi e senza dubbio ad ammirarla, per essere arrivata con le sue sole forze a capo di un governo e di un parlamento che mai le hanno tenuto nascosta la loro ostilità, perché donna e all’inizio della sua carriera politica, perché figlia di un semplice droghiere.

«Con tutto il rispetto generale, ho dovuto combattere sempre, ogni santo giorno della mia vita».

E una guerra così qualche vittima la deve pur fare.

About the author

Scrivo tante cose e il 99% della mia produzione è riservato e nascosto in posti inaccessibili. Il restante 1% lo scriverò su blindbend.