The Lady. “Usate la vostra libertà per favorire la nostra”

Avevo un pregiudizio. Non amo Luc Besson e non conoscevo bene la storia di Aung San Suu Kyi. Fatta eccezione per ciò che conoscono tutti , il premio Nobel per la pace, gli arresti domiciliari, non sapevo molto altro di lei . Non sapevo praticamente niente della Birmania o Myanmar, a parte che il paese con il più alto taso di malati di Aids del mondo.

La sua storia è folgorante e anche il film lo è, ben diretto dal regista francese, che ha saputo amalgamare le atrocità e le asprezze di un paese in mano a una feroce  e la grazia, la levatura morale e l’eleganza di una donna eccezionale.

The lady ti fa prendere atto. Te lo ricorda o se non lo sai, te lo mostra per la prima volta.

Dal momento in cui San Suu Kyi, tornata in patria nel 1988 per accudire la madre malata dopo aver vissuto per molti anni con il marito e i figli in Inghilterra, si rende conto di ciò che accade nel suo paese, anche lo spettatore non ha più alibi. Gli viene mostrato, che sia la prima volta o meno.

Da lì in poi la si segue nel percorso che l’ha portata al premio Nobel per la pace nel 1991, a vincere le elezioni, agli arresti domiciliari. La si seguirebbe ovunque.

Prima dei titoli di testa il regista avverte che il film è tratto da una storia vera. Si fatica a crederlo possibile. Per noi occidentali dittatura è una parola che ci riporta alla seconda guerra mondiale. In Birmania ce l’hanno ancora. Feroce, repressiva, “illegittima” (ammesso che una dittatura non lo sia): Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni nel 1990 con una maggioranza schiacciante, 392 seggi contro i 10 del generale Saw Maung, ma ancora oggi non le è permesso prendere il posto che le spetta al governo del Myanmar.

Besson racconta la storia di una donna molto amata. Adorata dal marito, il professore inglese Micheal Aris,  e dai figli che per tutta la vita l’hanno appoggiata e sotenuta nella sua lotta pur essendo costretti a pagare un prezzo molto alto. Amata dal popolo e dai suoi collaboratori.

Orchidea d’acciaio la chiama il marito citando il Times ed è inevitabile paragonare l’eroina birmana a un’altra Lady da poco portata sugli schermi, che purtroppo esce dal confronto con le ossa peste, almeno dal punto di vista umano.

Besson riesce a raccontare Aung San Suu Kyi in modo che incarni l’ideale perfetto della lotta non violenta per il rispetto dei diritti umani. Tutto in lei, quello che dice, il modo di parlare, la sua storia, sono la prova concreta che la determinazione e la tenacia associati a una causa alta possono portare lontano, anche se non ci si può muovere da casa.

La scelta del regista di far interpretare a Michelle Yeoh il ruolo del premio Nobel birmano si rivela fin dal primo istante quella giusta. L’attrice è di una bellezza, di una grazia, di un’eleganza quasi commoventi.

Potrebbe sembrare banale affidare all’attrice più affascinante e brava del cinema orientale il ruolo dell’amatissima eroina pacifista. Eppure credo che il regista volesse dare a questa scelta un significato diverso, che si rivela ogni volta che la Yeoh inclina la testa o compie uno dei suoi piccoli gesti perfetti.

È come se Besson volesse ricordarci quanto è bella libertà.

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