Il feudatario: Barcaccia DOC

Le opere di Carlo Goldoni sono forse quelle che, tra tutte, vengono più rappresentate dalle compagnie teatrali amatoriali nel territorio veronese. Anche quest’anno, immancabilmente, all’interno della rassegna estiva organizzata dal Comune di Verona, “Teatro nei Cortili”, Goldoni è presente e La Barcaccia ne propone “Il feudatario”.

La compagnia, per coloro che non la conoscessero, è celebre non solo nel veronese ma in tutto il nordest e, oltre ad avere un calendario di date molto fitto (sopra le 100 serate all’anno), ha collezionato numerosi premi in varie rassegne.

“Il feudatario” è considerato uno delle opere minori di Goldoni, testo scritto in occasione di un suo soggiorno a Sanguinetto (VR) a metà XVIII secolo, dove l’autore mette in scena per la prima volta i valori e l’umanità dei “villani”. È appunto, la loro capacità di “sentirsi e fare comunità”, nonostante l’evidente rozzezza e le maniere non proprio ortodosse, che li rende protagonisti di questa vicenda. Il canovaccio è incentrato su una disputa per l’eredità del feudo – appunto –  di Sanguinetto, tra la giovane Rosaura, orfana dell’antico signore del luogo, e il marchesino Florindo con la madre Beatrice. Gli abitanti del feudo decidono di supportare le istanze di Rosaura ai danni di Florindo, tratteggiato come il simbolo di una nobiltà in declino, senza più valori e arrogante nell’esercitare i propri privilegi.

La Barcaccia, nel mettere in scena questo testo, decide di affidare a Marino Zampieri la rielaborazione in volgare rustico del linguaggio goldoniano. Ne esce una sorta di dialetto antico, con sonorità forse ad alcuni sconosciute ma efficaci e di non difficile comprensione. Il ritmo nella recitazione è forse la qualità migliore di questo allestimento: gli attori riescono a portarsi con sé lo spettatore, alternando sapientemente scene in cui gli scambi di battute sono molto veloci, ad altre di ritmo sempre sostenuto, ma di “maggior respiro”. Molto interessante e ben utilizzata appare la scenografia, in cui vengono rappresentati i due diversi ambienti: il “paese” e il “castello”. I cambi scena sono veloci, ben preparati ed efficaci.

Puliero, profondo conoscitore di Goldoni, in questo spettacolo fa una regia semplice ma, allo stesso tempo, ha il pregio di accattivarsi lo spettatore, che durante le scene ride, applaude e spesso commenta. Rispondono indubbiamente a questa logica anche le luci, molto semplici ma che hanno il merito di completare e rendere più ricca la scenografia.
Ha voluto, probabilmente, rispondere all’esigenza “popolare” dello spettacolo, la musica (in certi frangenti viene proposta con un taglio decisamente “pop”). La canzone finale, tuttavia, ricorrente da qualche anno nello schema negli spettacoli messi in scena da La Barcaccia non sembra poter arricchire particolarmente l’allestimento.

La compagnia, ne “Il feudatario”, è sempre capitanata da Roberto Puliero che riscuote – come ormai è consuetudine – l’applauso alla prima entrata in scena. Accanto agli attori più “navigati”, da diversi anni negli allestimenti de La Barcaccia, e che convincono di più in quanto a mimica, recitazione e caratterizzazione del personaggio, sono presenti alcuni giovani che appaiono probabilmente meno sicuri. Forse ciò deriva dalla difficoltà del testo che li rende un po’ titubanti nell’espressività e nell’uso della voce.

Il pubblico, come prima anticipato, partecipa, ride, applaude quasi ogni cambio scena e commenta. Insomma, viene catturato dall’allestimento fino quasi a sentirsene parte.

In tutto ciò, rimane forse una domanda: come mai e perché una compagnia che ha più di quarant’anni di attività e ha allestito numerosi spettacoli, debba avere come parte di sicuro preponderante nel proprio repertorio opere goldoniane? È indubbio che vi sia  – giustamente peraltro – uno stile nell’affrontare i testi e nel curare gli allestimenti, ma forse non si potrebbe osare di più?

About the author

Voglio tentare di capire sempre il perché delle cose. Mi rimangono, tuttavia, solo tanti soprannomi, nomignoli e appellativi.