Il fascino dell’ignoranza

Questo intervento scaturisce dalla mia lettura in questi giorni di Northanger Abbey, di Jane Austen. Sebbene i rapporti uomo-donna siano assai cambiati dalla fine del Settecento, quando fu scritto (fu pubblicato postumo solo nel 1818), fa sorridere che moltissime lettrici siano appassionate del romanticismo di quest’autrice. Naturalmente dei romanzi austeniani  e similari della comedy of manners affascinano i corteggiamenti, i dialoghi appassionati pieni di struggenti dichiarazioni di stima e tenera affezione, controllate, sì, secondo il costume di allora, ma ben lungi dal rischio di non arrivare forti e chiare alle orecchie dell’innamorata del caso. Dico fa sorridere perché di fatto si tratta di una società che poche donne potrebbero amare oggi, una società con un codice di comportamento rigidamente maschilista in cui la donna è dichiaratamente inferiore sotto tutti i punti di vista. Un mondo in cui le capacità più apprezzate in una giovane sono il cucito, la musica, il disegno, la poesia, e le virtù più degne di lode paiono essere il pudore e il silenzio, nonché la devozione religiosa e la cieca obbedienza al volere del padre o del marito, non sarebbe abitato tanto felicemente dalla donna di oggi.

Un passaggio che mi ha colpita in particolar modo è nel capitolo XIV, e segue la descrizione di come la protagonista, Miss Catherine Morland, si senta un po’ persa seguendo l’acceso dibattito tra Mr. Tilney, per cui nutre qualche sentimento, e sua sorella. Eccolo:

« Chi desidera farsi degli amici, deve restare ignorante. Presentarsi con una mente ben istruita, è presentarsi con un’incapacità di suscitare la vanità degli altri, cosa che una persona sensata dovrebbe sempre voler evitare. Una donna, specialmente, se ha la disgrazia di sapere qualcosa, dovrebbe celarlo meglio che può.

I vantaggi di una innata stupidità in una bella ragazza sono già stati descritti […], aggiungerò solo, per rendere giustizia agli uomini, che sebbene per la maggioranza di quel sesso, la parte più superficiale, l’imbecillità nelle donne dia grande risalto al loro fascino personale, ce n’è qualcuno troppo ragionevole e troppo colto per desiderare in una donna nulla di più dell’ignoranza. Ma Catherine non conosceva i vantaggi che aveva, non sapeva che una bella ragazza, con un animo affettuoso e una mente molto ignorante, non poteva mancare di attrarre un giovanotto intelligente, a meno che le circostanze non fossero particolarmente sfavorevoli ».

Se anche possiamo dire (non sempre) che oggi l’ignoranza in una donna non certo è apprezzata in egual modo, e fortunatamente non è ricercata, è pur vero che molti rappresentanti del sesso maschile sono visibilmente compiaciuti quando si presenta loro l’occasione di mostrare cosa sanno in più; la loro vanità è appagata, e il loro istinto a mettere in mostra i pregi e a prevalere si compie felicemente quando vengono ascoltati e ammirati per il loro sapere da una donna. Non ci trovo nulla di male, sia chiaro; anzi mi affascina l’idea che per mostrare un proprio punto forte –indubbiamente positivo– si ceda a una fragilità molto umana, e a mio dire molto più maschile, e cioè l’orgoglio per l’approvazione altrui e il debole per la lusinga. È gratificante poter spiegare qualcosa che si conosce bene ed apparire interessante, di contro mortifica essere interrotti perché si trasmette un sapere già noto, o peggio, irrita essere contraddetti. Mi permetto di asserire che nella vita di ogni “collega” del gentil sesso ci sono sicuramente numerosi ricordi di episodi in cui si è ascoltata una spiegazione superflua e non richiesta. Ma è una debolezza comune all’essere umano di entrambi i sessi, benché in diversa misura, e spesso non porta altro che conversazioni stimolanti, quindi la si accetta, e di buon grado.

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Complessata in via di guarigione, caratterizzata da autoironia e affetto mascherato da crudeltà verbale, scrivo perché il disordine nella mia testa diventi ordine sparso.