Argo. Ci voleva Ben Affleck.

Mi piace uscire dal cinema con la sensazione di aver imparato qualcosa. E con Argo di cose ne ho imparate parecchie.

Prima tra tutte che Ben Affleck è un buon regista. Oddio, che fosse uno in gamba si era capito quando ha vinto l’Oscar all’età di 26 anni per la sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle, per altro, forse, una delle sue migliori interpretazioni.

Ora Affleck gira bei film. Bella la sceneggiatura, tanto che mi sono chiesta se fosse farina del suo sacco. Invece no. Bella la storia, la fotografia, la cura nei dettagli.

Bravi gli attori, noti ma non strafamosi, con le facce giuste per raccontare una storia realmente accaduta, iniziata il 4 novembre del 1979 nel corso della rivoluzione musulmana in Iran, quando un gruppo di militanti fece irruzione all’ambasciata americana di Teheran, prendendo in ostaggio 52 persone del corpo diplomatico. Sei funzionari riuscirono a scappare, trovando rifugio presso l’ambasciatore canadese Ken Tayolr e sua moglie.

Argo mostra con la sua fotografia granulosa le atmosfere rarefatte degli anni ’70 nelle vie di Teheran e negli uffici laccati dei palazzi del potere di Washington, la violenza, l’incapacità del governo americano di risolvere la spinosa e drammatica situazione.

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Nonostante il film sia un po’ lento in certi punti, Affleck riesce a tenervi incollati alla poltrona, rendendo palpabile l’ansia provata da tutti i protagonisti di questa storia. Quella dei sei funzionari e dell’ambasciatore canadese di essere scoperti, quella di Mendez di non riuscire nell’impresa. Quella del Governo americano di peggiorare la già tesissima situazione diplomatica, quella dei rivoluzionari iraniani ansiosi di trovare i fuggitivi.

Non ci sono adrenalina, esplosioni, inseguimenti tra le bancarelle del mercato. Argo non è un film d’azione. Non vedrete arrivare la cavalleria in sella a un elicottero per salvare gli sfortunati diplomatici.

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Semplicemente è la storia di sei americani, rimasti intrappolati tra gli ingranaggi di una poco lungimirante politica internazionale (emblematica la scena del finto sopralluogo al mercato, dove un commerciante del luogo li accusa di essere gli assassini del figlio, ucciso da un’arma americana).

Ma il senso di Argo è tutto nella scena in cui Mendez, insieme al truccatore John Chambers, socio nell’impresa e interpretato da John Goodman, vanno a casa del pluripremiato attore ebreo ormai in pensione, Lester Siegel (Alan Arkin), per convincerlo ad aiutarli a rendere credibile il loro finto film.

Alla televisione accesa nel lussuoso salotto scorrono le immagini delle violenze in Iran. Gli incendi di piazza, gli ostaggi incappucciati. «Ci pensi mai, Lester, di quanto sia tutta scena?» provoca uno scaltro John Goodman. Non è la risposta di Arkin ad essere importante, ma la sua espressione man mano che acquisisce consapevolezza. Man mano che ricorda.

E Arkin è talmente bravo che lo dice senza parlare. Il male, a prescindere dal luogo, dal tempo, dall’altare davanti al quale ti inginocchi, ha sempre la stessa faccia.

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