Django. Il Far Sud secondo Quentin.

Tarantino ha fatto un nuovo film. Andiamo a vedere il film di Tarantino. Che poi c’è Di Caprio che fa il cattivo e non ce lo si può proprio perdere (Questa volta nemmeno l’hanno candidato agli Oscar. Ma cosa deve fare questo benedetto ragazzo per farsi notare?).

Il regista di Inglorious bastards ha fatto le cose per bene. Cast stellare, partecipazione di Morricone alla colonna sonora, omaggio ai vecchi spaghetti western e storia d’amore con riferimenti epici. Ha studiato, si vede, fatto ricerche, curato i dettagli nei più piccoli dettagli.

Conferma, anche questa volta, il suo fiuto per le attrici, scegliendo la bella e brava Kerry Washington, più credibile e intensa nei panni dell’innamorata che lo stesso premio oscar Jamie Foxx.

Alcune sequenze di questo film hanno scritto in fronte a caratteri cubitali, “scene destinate a diventare un cult” per cinefili e non; come ad esempio, poco dopo l’inizio, la scena del saloon e dello sceriffo, dove l’elegante ed educato Dottor Schultz mostra a un disorientato Django in che cosa consiste il suo lavoro.

Mi è sembrato di cogliere anche una strizzatina d’occhio a Mel Brooks nella scena dei cappucci, ma suppongo che sia opinabile. Guardate e giudicate voi. A prescindere da Brooks quella sequenza è quasi surreale e molto divertente, come il cameo di Don Johnson nei panni di Big Daddy, ricco latifondo senza scrupoli.

Il film è lungo, ma scorre. Magistralmente diretto, mai scontato, impreziosito da una sceneggiatura geniale. Tarantino si intravede a tratti, nei dialoghi e in qualche scena pulp. Almeno fino a mezz’ora dalla fine.

Gli attori sono talmente bravi che tutto il resto non è che contorno, sebbene sia una cornice perfetta, cesellata con arte.

Waltz è un mostro, se li mangia tutti anche se sono bravi. Seguito a ruota da Samuel L. Jackson, attore feticcio di Tarantino, perfido e quasi irriconoscibile.

Delude un po’ Jamie Foxx, Django appunto, lo schiavo liberato dal cacciatore di taglie Dottor Schultz/Christoph Waltz, in cerca della moglie e di vendetta.

Il suo Django è forse troppo tagliato con l’accetta, privo di sfumature, sebbene il personaggio e la trama gli abbiano offerto parecchie occasioni per mostrarne qualcuna.

In compenso il Monsieur Candie di Di Caprio è talmente malvagio, meschino e ignorante da risultare odioso senza scadere mai nel grottesco.

Quindi Django mi è piaciuto. Fino a mezz’ora dalla fine. Poi Tarantino deve aver deciso che era stato troppo bravo e ha dato sfogo alla sua anima pulp. Qualcuno dirà che non lo capisco, che pulp è bello e forse ha ragione. Tuttavia sono convinta che il troppo stroppia sempre, soprattutto se concentrato in mezz’ora. La mia non è che un’opinione e credo che molti fan di Tarantino lo accuseranno, al contrario, di essersi tenuto sul leggero rispetto a Kill Bill. Punti di vista.

Sicuramente si conferma ancora una volta uno dei registi migliori della sua generazione e il più anticonvenzionale. Può far finire i suoi film come gli pare, può permetterselo.

A me, però, è sembrato proprio che questo finale l’abbia buttato via, dopo aver faticato tanto per arrivarci.

Magari la cosa era voluta e ha un significato che mi è sfuggito. Magari Tarantino non lo capisco fino in fondo.

Quello è un genio. E i geni chi li capisce è bravo.

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