Anna Karenina. Una gioia per gli occhi. E basta.

Fedor Dostoevskij ha definito Anna Karenina, celeberrimo romanzo del rivale Tolstoj, “un’opera d’arte assolutamente perfetta”.
Deve averlo letto da qualche parte anche Joe Wright, regista dell’ultima trasposizione cinematografica del capolavoro tolstoiano. Quale modo migliore di omaggiare un’opera d’arte così grande celebrandola attraverso le altre arti?
Nel film di Wright non manca nulla dal punto di vista estetico. Candidato a quattro premi Oscar, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi e miglior colonna sonora, Anna Karenina è una gioia per gli occhi e per le orecchie. È tutto bellissimo.
Gli abiti, le ambientazioni, le musiche, i balli. Le inquadrature ricordano vagamente alcuni celebri quadri impressionisti e non. Quasi tutta la vicenda è ambientata all’interno di un teatro. Il sipario, quello dell’Opéra di Parigi, come un amico intenditore mi ha fatto notare, si apre su uno sfondo dipinto raffigurante la Mosca della Russia Imperiale. Delizioso.
Le danze sulle tavole specchiate del palcoscenico sono evocative, simboliche. Un volteggiare perfetto che riassume tutto il trasporto, la gioia e il dolore di una passione che nasce e della presa di coscienza di un amore non corrisposto.
La messa in scena teatrale come espediente narrativo rinfresca una vicenda raccontata su pellicola decine di volte. L’inizio è travolgente, ritmato, veloce. I passaggi da una scena all’altra, da un salotto a una camera da letto, a uno studio, fanno girare la testa. Il piano sequenza che trasforma l’ufficio di Stiva nel ristorante Ermitage, lascia a bocca aperta.
È tutto armonioso, bello da vedere, da ascoltare. Vivido. Un esercizio di stile compiuto con grande maestria ed esteticamente perfetto.
Ma Anna dov’è? Perché è per lei che siamo andati al cinema e io non l’ho trovata da nessuna parte.
A grandi linee la storia è nota a tutti. San Pietroburgo, Russia imperiale. La bella e virtuosa Anna, moglie dell’ufficiale governativo Aleksej Karenin e madre di Sereza, si innamora del giovane Conte Vronskij, conosciuto a Mosca durante una visita al fratello Stiva, il quale ha tradito la moglie Dolly e chiede l’aiuto della sorella per ritrovare la pace famigliare. La vicenda di Anna e Vronskij si intreccia a quella di Kitty, sorella di Dolly, e Levin, amico di Stiva e innamorato di lei. Giovani e idealisti, sono il contraltare letterario della Karenina e del conte.
Leggendo il romanzo non si può non decidere di stare dalla parte di Anna. Anche se fa un sacco di stupide sciocchezze, anche se è fragile e a volte insensatamente gelosa.
La società in cui vive la giudica severamente, ma il lettore la comprende sempre, dall’inizio alla fine. Tale è la grandezza di Tolstoj e l’umanità del personaggio.
Anna è tormentata, profonda, coraggiosa. Innamorata.
Nella pellicola non si percepisce quasi nulla di tutto questo. Keira Knightley, che interpreta la Karenina di Wright, è leziosa e fredda come l’inverno russo. Aaron Johnson recita la parte del bravo attore che recita il ruolo di Vronskij; è meno impersonale della Knightley, ma sempre troppo distante e astratto. Magari non è nemmeno tutta colpa degli attori, ma della scelta registica del meta-teatro-cinema. La messa in scena della Karenina altro non è che la messa in scena della Karenina e gli attori interpretano un ruolo nella società come sul palcoscenico.
Peccato. È un peccato che questo film sia bello, ma senza cuore. Se anche l’Anna di Tolstoj fosse stata così, la sua storia avrebbe avuto un finale diverso e, presumiamo, diversa fortuna.
Il film di Wright è esteticamente perfetto, ma si ferma agli occhi. Forse per l’«assolutamente» bisognava arrivare fino al cuore.

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