Domande inopportune

L’attuale momento storico non è particolarmente felice, almeno per noi italiani. Potrei iniziare qui un infinito elenco di problemi economici e sociali che tutti ben conosciamo, dato che ci vengono riportati con quotidiana regolarità ed un filo di sadomasochismo da giornali e televisioni.
Fra le crescenti percentuali di rinunce agli studi e la debordante disoccupazione giovanile, ritengo di appartenere alla categoria dei “Fortunati”.
Ho avuto occasione di cominciare uno stage dopo poco più di un mese della Laurea, in una società unica, che mi permette di operare nel settore per cui ho studiato. Uniche controindicazioni sono state il compenso nullo per i primi sei mesi e l’aver scelto di fare il pendolare fra Verona e Milano.
Spesso mi è stato chiesto come faccio a sopportare simili ritmi, per di più senza vedere il becco di un quattrino, se sono consapevole che è una follia, se ne vale davvero la pena, ecc ecc…
Ma una sola domanda mi ha davvero colto impreparato: voi giovani come fate ad avere ancora speranza?
Non ho certo io la risposta ad un quesito tanto profondo e complesso, ma, in fondo, sono convinto che sia sbagliata la domanda in se.

Nel corso della mia recente esperienza ho avuto modo di vivere moltissime nuove esperienze, oltre che la possibilità di parlare con una grande quantità di persone spesso sconosciute, di argomenti dei più disparati: dal lavoro, all’immancabile calcio, passando per la politica, la famiglia e le varie lamentele.
Una signora a Brescia mi ha accolto in casa sua ofrendomi un caffè in vetro (!) ed una fetta di torta di mele appena sfornata.
Ho pranzato in mensa con l’intero settore di produzione di una azienda, assistendo al rito della “terapia”, con cui gli ultimi arrivati vengono aiutati a sciogliersi un po’.
Un responsabile commerciale di una fabbrica mi ha raccontato di come è nata ad Ibiza la storia d’amore fra lui, comasco, e sua moglie, austriaca, ed il perché abbiano dato dei nomi molto particolari alle loro due bambine.
Ho consolato una ragazza che di colpo si è messa a piangere di fronte a me a causa di un crollo nervoso, dovuto al troppo lavoro ed alla scarsa sensibilità del suo titolare.
Mi sono permesso di sproloquiare con dei tecnici dietro alle quinte del più importante teatro d’Italia.

Tutto questo è la miglior risposta al dubbio se ci sia ancora speranza o meno in quanto negazione della domanda stessa.
Quando le relazioni fra gli esseri umani cesseranno e le persone smetteranno di parlarsi, allora non ci sarà più speranza, perché non saremo più.
Se, come dice il proverbio: “siamo quel che mangiamo”, allora non c’è modo di dire più vero di “mangia come parli”.
Il male più grande di questa crisi è l’immobilità. Germe da debellare, profondo, sociale e contagioso, più che economico. Allora anzichè domandarsi se sia lecito o meno avere speranza per il futuro, agiamo, facciamo, operiamo, confrontiamoci, anche senza una chiara e univoca direzione. Non sapremo cosa ne potrà venire fuori, ma qualcosa sarà stato creato e ne avremo la responsabilità, volenti o nolenti.

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