Les Misérables. Una recensione poco obiettiva.

Sono pochi i romanzi che possono competere per grandezza con I Miserabili di Victor Hugo.
È esaltante. Non mi viene alla mente aggettivo migliore per descriverlo.
Ragione per cui, che la storia di Jean Valjean sia letta, cantata o recitata, per me fa davvero pochissima differenza. (Da qui la scarsa obiettività del titolo).
Per carità i gusti sono gusti. Non tutti sopportano volentieri 152 minuti di musical in costume.
Tale è la lunghezza dell’ultima epica fatica di Tom Hooper, regista premio Oscar per il Discorso del Re, basato sull’omonimo musical di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil che dal 1980 sbanca i botteghini dei teatri di mezza Europa.
In merito a questo film se ne sono sentite di tutti i colori. L’attesa era molta, per non parlare delle aspettative.
Hugh Jackman, protagonista nel ruolo di Jean Valjean, e Anne Hathaway, Fantine, hanno già ricevuto una scarrettata di premi, nomination, candidature.
Otto solo per la notte degli Oscar, tra cui miglior film, miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista.
La Hathaway probabilmente sta già spolverando la mensola per la statuetta dorata. E se la meriterebbe. Brava, intonata, espressiva nel canto e nelle intenzioni. Struggente, mai patetica sebbene Fantine sia forse il personaggio più sventurato del capolavoro di Hugo. Si mostra senza fronzoli e belletti e ci regala tutto il pathos di questa immensa storia. Solo lei vale il prezzo del biglietto.
Rassicuratevi, i motivi per vedere questo film sono molti oltre ai sette minuti e poco più nei quali vedrete Fantine. Costumi, scenografia, fotografia belli come quadri, ma mai patinati. I brani cantati in presa diretta hanno rivoluzionato il modo di fare i musical nel cinema.
Eppure tutta questa perfezione tecnica si percepisce solo vagamente, perché sono i personaggi il vero fulcro della storia e la miseria che ne fa da sfondo costante come la varietà dei drammi umani e la tenacia della sorte che si accanisce rincorrendo i soliti miserabili sventurati.
Come ad esempio Eponine, interpretata da Samantha Barks, attrice e cantante di musical dell’Isola di Man, già interprete nei teatri di Londra della sfortunata figlia dei malvagi locandieri Thénardier.
La Barks si mangia la Seyfried in un sol boccone. È molto più romantico e toccante il suo pezzo On my Own, sull’amore non corrisposto, che il cinguettare dei due innamorati “ufficiali”.
Forse non è solo colpa dell’attrice di Mamma mia!, ma della forza del personaggio di Cosette, ben poca cosa rispetto agli altri, se non per quella poca luce riflessa che rubacchia da Jean Valjean prima e da Marius poi. Senza di loro Cosette non avrebbe senso.
Peccato per l’occasione mancata di Javert. Crowe non riesce a esprimere tutte le sfumature dello spietato e irreprensibile ispettore di polizia. È troppo buono, troppo umano, troppo nobile. Tuttavia non mi trovo d’accordo con chi l’ha criticato aspramente per le sue doti canore.
Il gladiatore non avrà la voce di Frank Sinatra, ma la sua interpretazione è pulita, asciutta, forse un po’ rude, ma era ciò che il personaggio richiedeva, niente di più e niente di meno.
Sarebbero mille le cose che avrei ancora da dire, ma non vi tedierò oltre con il mio entusiasmo.
Il film è bello, la storia un capolavoro, i personaggi immensi, gli attori bravi. Hooper ha messo su pellicola, con raffinatezza e maestria, qualcosa che ha una sua forza intrinseca. Godetevela.
Andate a vedere questo film, ma prima o poi leggete il libro se non l’avete già fatto.
Fatevi questo regalo.

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