Il lato positivo. E le buone intenzioni.

Si dice che le strade dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni. L’inizio di Silver Linings Playbook (uscito nelle sale italiane con il titolo Il lato positivo), film a basso budget pluricandidato agli Oscar scritto e diretto da David O. Russell (The Fighter) e tratto dal romanzo di Matthew QuickL’orlo argenteo delle nuvole, sembra voler dare ragione al proverbio.

Pat Solitano, dopo il ricovero di otto mesi in un ospedale psichiatrico, cerca di rimettere in sesto la sua vita. La moglie l’ha lasciato, ha perso il lavoro e si ritrova di nuovo sotto il tetto dei genitori con un ordine restrittivo, un poliziotto alle costole e un sacco di medicine da prendere.

Galvanizzato dalla sua nuova filosofia di vita, pensare sempre positivo, tra una seduta e l’altra dallo psicanalista, Pat fa i conti con il bipolarismo e i cocci che gli sono rimasti in mano dopo aver pestato a sangue l’amante della moglie.

Il nostro eroe ha chiaramente un problema ed è ancora più evidente che chi lo circonda ne ha più di lui. Il padre superstizioso maniaco compulsivo e accanito scommettitore/allibratore, interpretato da Robert De Niro, la madre svampita al limite dell’idiozia e il miglior amico Ronnie, talmente stressato dal lavoro e dalla moglie-padrona da apparire ancora più sconclusionato e folle dello stesso Pat.

In tutto questo marasma di ordinarie e straordinarie follie, Pat incontra Tiffany. Giovane e problematica vedova, interpretata da Jennifer Lawrence che per questo ruolo si è portata a casa, alla veneranda età di 23 anni, la statuetta dorata e il Golden globe come miglior attrice protagonista.

Vi domanderete cosa ci sia di più banale del lieto fine e dell’ottimismo. Eppure è proprio in questo che sta la forza del film. Perché a sventolare la bandiera del pensiero positivo è l’ultimo degli sfigati, uno che non ha più nulla da perdere e che può solo ricominciare da capo. Uno che non ha nulla per cui essere entusiasta.

Poco importa che all’inizio fraintenda la sua stessa filosofia, convinto di poter ripartire da dove aveva lasciato il gioco. Sebbene agisca seguendo meccanismi assurdi e al limite del surreale, Pat si muove con discreta disinvoltura tra le nevrosi degli altri. Segue i suoi obiettivi e si fa inseguire, raggiungere e guidare da Tiffany, la scheggia impazzita che metterà ordine nel caos con quei vecchi trucchi che sono l’amore e la determinazione.

Il percorso dei due antieroi è luminoso e ben delineato dal regista. La catarsi è dietro l’angolo e si compie attraverso la danza, non quella algida e perfetta della recente Anna Karenina di Wright, ma una purificazione e un avvicinarsi goffo, impacciato e sincero. Una perdita di controllo, che non si esprime nel libero sfogo della follia, ma nel lasciarsi conoscere e accettare, nonostante tutto.
C’è tanta luce nella saletta in cui Tiffany e Pat provano i passi per la gara di ballo ed è una bella cosa.

Non esistono il caso o le coincidenze, ci dice Russell. Il cambiamento non cade dal cielo per un inaspettato colpo di fortuna, ma è frutto di duro allenamento e di una lucida presa di coscienza di se stessi, mentre “Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile”.

Eppure si esce dalla sala sentendosi degli inguaribili ottimisti, perché tutto è davvero possibile. È la magia del lieto fine.
Il lato positivo è un film d’amore. Ci sono le lettere, le piccole bugie, i sotterfugi. E l’happy end.
Se vi sembrerà banale e un po’ sdolcinato, poco importa. Non poteva non essere così.
Che ci crediate o no c’è sempre un lato positivo. E tanta luce in ogni sala da ballo che si rispetti.

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