Il grande Gatsby: lo sfavillante cinismo del crepuscolo degli dei

I meravigliosi anni Venti. Una New York esagerata, ubriaca e luccicante di lustrini che reagisce all’ecatombe del primo conflitto mondiale. Nuovi e vecchi ricchi si danno alla pazza gioia, scialacquando fortune in fiumi di alcool ed esclusivi club clandestini, alla faccia del proibizionismo e dei matrimoni. D’amore o di convenienza non è dato sapere e nemmeno importa.

Daisy – Carey Mulligan (An Education; Drive) stucchevole e annoiata, ciondola su un divano di seta, circondata da leggere tende svolazzanti, con un diamante da capogiro al dito e un marito, il facoltoso e fedifrago giocatore di polo Tom Buchanan – Joel Edgerton (Zero Dark Thirty), che la tradisce con la moglie del benzinaio.

Tutto si mescola nella New York di Baz Luhrmann (Romeo+Juliet, Moulin Rouge!, Australia) il più esagerato dei registi contemporanei. Le lussuose ville di Long Island e la periferia ai piedi della città, che cresce vertiginosa in tutte le direzioni. I motori delle nuove macchine rombano sotto cofani brillanti e sfrecciano dai viali alberati al grigiore delle nuove strade, nere per la polvere di carbone. Lo squallore di un appartamentino dei sobborghi, dove si consuma il tradimento, e le lussuose feste di un ricco e misterioso gentiluomo, che ogni fine settimana apre i cancelli all’intera città come pegno d’amore. In attesa che lei, prima o poi, si presenti.

Al centro di tutto c’è Gatsby. Il volto perfetto di questa New York dissociata e dissociante, avida e superficiale, ingorda e annoiata, ma con ancora un barlume di quel romanticismo che il mondo si è lasciato alle spalle. Il sogno americano, deviato e figlio del suo tempo, dell’uomo che si è fatto da sé, non importa come.

Gatsby ha davanti un’ideale puro e perfetto da inseguire e da osservare dall’altra parte della baia.

Non si accorge di esserselo lasciato alle spalle.

In questo Di Caprio è bravissimo. L’ambiguità di Gatsby è palpabile, ma mai palese. È idealista, ingenuo, vulnerabile, ma nemmeno per un secondo vi troverete a credere fino in fondo che sia un santo o un uomo veramente rispettabile. Nessuno dei personaggi di questa storia lo è.

La facciata è tutto nei luccicanti anni Venti e Gatsby la sua l’ha tirata a lucido. Per far parte del loro mondo si è adeguato a loro, ma non è che un mezzo per uno scopo più alto che, ne è fermamente convinto, presto raggiungerà. E potrà ricominciare da dove l’aveva interrotta per vivere la vita che ha sempre sognato.

Non sono rispettabili, ma sono belli. Anche Carey Mulligan lo è. E brava. Sotto i modi leziosi e annoiati, si intravede sempre il tormento della consapevolezza che a Gatsby manca: il meglio è già passato.

Non c’ è posto per i rimpianti nel mondo dei Buchanan, né per la speranza di Gatsby. Non c’è posto per nulla che possa far soffrire. Hanno sofferto abbastanza o non hanno sofferto mai e non ne vogliono sapere di responsabilità, di futuro, di decisioni da prendere. Tutto deve rimanere immutabile e facile, così com’è.

Luhrmann ci regala degli stralci di Francis Scott Fitgerald, incastonati in una sceneggiatura forse un po’ troppo debole, che fa da contraltare a una regia vorticosa, scene e costumi esagerati, location da favola.

Eppure nonostante la bravura degli attori, la magnificenza delle ambientazioni, la bellezza ed eleganza dei personaggi, Il grande Gatsby di Luhrmann non emoziona mai.

Sbalordisce, lascia senza fiato, intontisce. Fa sognare quelle favolose vite sull’orlo dell’abisso, ma è tutta bellezza muta. Manca il sentimento. Il cinismo ha fatto man bassa e non ne rimane traccia da nessuna parte.

Forse un po’ alle spalle di Gatsby. Quello che lui crede di avere davanti a sé, dall’altra parte della baia. Ma se non riesce a raggiungerlo lui, figuratevi noi.

 

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